Home | News | Newsletter | Sections | Departments | Il Portavoce | Who we are | Contact us | To help us | Links     
News

X Premio Letterario -le recensioni di Giorgia Greco

 

I cinque libri di Isacco Blumenfeld                

Angel Wagenstein

Traduzione di Sibille Kirchbach

Baldini Castaldi Dalai ,  Euro19,00

 

Dopo Shanghai, “città di splendore e miseria”, ultimo approdo per una moltitudine disperata di uomini e donne in fuga dall’Europa nazista, è il villaggio galiziano di Kolodez presso Drohobycz a fare da sfondo al bellissimo libro di Angel Wagenstein “I cinque libri di Isacco Blumenfeld”.

Come Moni Ovadia, che cura la prefazione, anche l’autore è nato a Plovdiv in Bulgaria; entrambi sefarditi sono rimasti affascinati dalla cultura ashkenazita, “ovvero di quegli ebrei di ascendenza germanica che parlano lo yiddish”.

Wagenstein ha trascorso l’infanzia in Francia dove la famiglia era emigrata per ragioni politiche. Tornato in Bulgaria in seguito ad un atto di amnistia, si è unito ad un gruppo antifascista e per i suoi atti di sabotaggio è stato arrestato e condannato a morte nel 1944; l’arrivo dell’Armata Rossa lo ha salvato dall’esecuzione. Sceneggiatore e regista prima di dedicarsi alla scrittura, ha ricevuto nel 2008 in Francia il premio Jean Monnet per il romanzo Shanghai addio.

Con in mano un telegramma bordato di nero, proveniente da Vienna, lo scrittore bulgaro è ora libero di raccontare le “giravolte e le capriole” del destino di Isacco Blumenfeld (sarto di Kolodez, figlio di Jacob – detto Jasha – anch’egli sarto), una storia avventurosa che si situa in un arco di tempo compreso fra due guerre mondiali.

“Niente tacerò e niente aggiungerò a questa nuova Torah o, detto nella vostra lingua, a questo Pentateuco, ai Cinque Libri di Isacco Jacob Blumenfeld”.

Cinque come le vite che ha vissuto e delle quali, ormai vecchio, Jacob si accinge a raccontare, con i raggi del sole sullo sfondo, da un terrazzo di Vienna - il suo “magico ed eterno sogno” - sorseggiando una tazza di caffè con panna.

Da suddito dell’impero austro-ungarico Blumenfeld è diventato cittadino della repubblica polacca, poi cittadino sovietico, e ancora individuo di razza ebraica residente nei territori orientali del Reich per essere infine cittadino della repubblica federale austriaca.

Una miriade di avventure e peripezie il cui racconto, “intessuto dal filo dorato degli yiddishe witze, le leggendarie storielle umoristiche”, prende avvio nello shtetl di Kolodez dove si trova il Mode Parisienne, la sartoria del padre presso la quale Jacob muove i primi passi da sarto buscandosi anche qualche “scapaccione col metro” quando i suoi sogni lo portavano a viaggiare, con la testa fra le nuvole, fino a Vienna.

Una galleria di personaggi accompagna il lettore che si trova immerso nella frenetica vita quotidiana di un villaggio ebraico della Galizia del Sud: Ljova Weissman, proprietario di una macchina da proiezione, di tanto in tanto arriva da L’vov e proietta nel bar di David Leibovitz qualche film procurato “chissà come e dove”; pan Wojtek, il commissario che si occupa di mantenere l’ordine; lo zio Chaimle che vendendo un orologio d’oro per procurarsi i soldi porta Jacob a Vienna per fargli ammirare le bellezze di quella città ma soprattutto per farlo diventare uomo prima del suo arruolamento. Ma è soprattutto il rabbino Charibi Shmuel Bendavid e sua sorella Sara a delineare i momenti più significativi della vita del giovane Jacob: il primo lo accompagnerà con i suoi consigli preziosi, scaturiti da una mente libera e da una coscienza “atea”, fino al campo di lavoro di Flossenbürg, la seconda, della quale era perdutamente innamorato fin da ragazzo, diventerà sua moglie allietandolo con la nascita di tre figli, Jasha, Shura e Susanna le cui vite si perderanno nel flutti della Storia.

Dopo l’arruolamento nel maggio del 1918 la prima esperienza bellica del nostro eroe, durante la quale ha il dubbio piacere di conoscere il sergente “Zuccherino” (così ribattezzato per la sua abitudine di dare pizzicotti sulle guance delle reclute), si chiude ancor prima di cominciare e la dissoluzione dell’impero austro-ungarico traghetta Jacob nella nuova identità di cittadino polacco, “un nuovo trofeo alla mia personalissima collezione di nazionalità….”

La tranquilla e monotona vita da cittadino della Repubblica polacca “un continuo su e giù per le colline scialbe della quotidianità” si interrompe bruscamente quando il postino Awramczyk, l’anziano veterano della guerra russo-turca, gli consegna una cartolina gialla per la quale il 17 settembre 1939 Jacob deve presentarsi in pieno equipaggiamento militare a difendere la sua nuova patria.

Ancora una volta Blumenfeld non ha l’onore di “portare a casa la vittoria o quantomeno di sacrificare la vita per la patria” perché proprio quella mattina la Polonia è liberata dal giogo dei  panowie e dei latifondisti ed entra a far parte della patria dei contadini e operai, la grande Unione Sovietica (“….mi ritrovai a essere da un momento all’altro un patriottico cittadino del miasteczko sovietico di Kolodez, un tempo appartenuto al voivodato di L’vov e ancora prima al distretto austro-ungarico di Leopoli, ma ora diventato un avamposto della rivoluzione del proletariato”).

Se il passaggio dall’Austria-Ungheria alla Polonia avviene senza particolari turbamenti, con la nuova realtà politica i cambiamenti nella vita di Isacco e della sua famiglia sono “rivoluzionari”. Ad esempio le nuove autorità decidono di togliere l’insegna di Mode Parisienne alla sartoria di Blumenfeld perché considerata “decadente” e non in sintonia con i gusti dei moderni contadini e operai; inoltre il vecchio bar di David Leibovitz viene trasformato in Casa della Cultura mentre “il proprietario è promosso ad assessore con  tanto di stipendio mensile a carico dello stato sovietico”; pan Wojtek, arrestato in quanto ex sindaco, viene riciclato come capo dell’ufficio anagrafe. Ne consegue che “…in un batter d’occhio ognuno si trovò un posticino nella nuova vita”.

E nonostante i cambiamenti la vita ebraica continua il suo corso scandito ogni shabbat dai  momenti di preghiera e di ritrovo di quella piccola comunità dove i racconti delle storielle ebraiche si mescolano alle informazioni sui fatti della vita e della “rivoluzionaria” e non sempre piacevole realtà politica. E in questi momenti una delle figure più affascinanti, ritratte con perizia e hokhmah da Wagenstein è il rabbino Shmuel Bendavid che nonostante le inquietudini che incrinano la solidità della sua fede, accetta di recitare in sinagoga la preghiera con i cittadini di Kolodez (“…i suoi idoli erano l’Onestà e la Vita al servizio del prossimo, e questi richiedevano un cuore limpido la cui purezza veniva profondamente offuscata e offesa dalla venerazione degli idoli sbagliati…”).

Poco dopo aver mandato Sara alle terme di Rovno per curarsi i reni in compagnia dei suoi figli, il 22 giugno 1941 alle sei di mattina Isacco è in partenza, naturalmente insieme al rabbino Bendavid per L’vov, dopo aver ricevuto entrambi l’ennesima cartolina gialla.

Le pagine che seguono sono un crescendo di avventure rocambolesche e di colpi di scena la cui descrizione lasciamo al piacere e al gusto del lettore. Basti dire che dopo aver attraversato gli orrori del campo di lavoro di Flossenbürg, nella Baviera orientale, ed esserne miracolosamente sopravvissuto Isacco ritrova per una imprevedibile capriola del destino il buon rabbino Bendavid “in un punto del tutto arbitrario dello sterminato continente asiatico, alla fine del mondo, in Kazakistan”!

Uomini e donne generosi, anime dolenti e colpite da un fato ingrato come Mark Lebedev, regista famoso di commedie musicali, o come “Doc Joe” il maggiore tedesco di nome Johann Schmidt che proprio alla fine della guerra si aggrega all’esercito americano, accompagnano come piccoli cunei in un percorso dissestato il cammino di Isacco Blumenfeld.

Felice sintesi di storie, di sentimenti ed emozioni spirituali, l’ultimo romanzo di Wagenstein cattura il lettore non solo per la ricchezza della trama che non concede tregua alla lettura, ma anche per quella capacità tipicamente ebraica di infarcire ogni narrazione di yiddishe witze, i motti di spirito, che pur non risparmiando nessuno sono rivelatori di una profonda saggezza. Perché l’umorismo nel mondo ebraico non è solo un modo per divertirsi e ridere di sé, è soprattutto una filosofia di vita che ha consentito agli ebrei “di attraversare i momenti più tragici della loro esistenza senza che la loro identità ne venisse demolita”. Un’attitudine preziosa grazie alla quale Isacco e milioni di ebrei in tutte le epoche storiche hanno potuto accedere con spirito libero alle trasformazioni ed evoluzioni delle società in cui si sono trovati a vivere.

E’ davvero un bel romanzo l’ultima opera dello scrittore bulgaro: un libro che riesce a imprigionare il lettore con una scrittura che salta, danza e commuove come in un canto magico. E come Moni Ovaia non mi farò nessuno scrupolo “nel consigliare caldamente a tutti coloro che posso raggiungere di non perdere l’occasione di leggerlo”.

 

Giorgia Greco

 

 

 

 

 

La mia storia la tua storia                          

Assaf Gavron

Traduzione di Davide Mano e Stefano Zolli

Mondadori . Euro 17,50

 

 E’ autobiografico lo spunto che lo scrittore israeliano Assaf Gavron coglie per scrivere il romanzo Tanin Pigua pubblicato nel 2006 in Israele e che ora Mondadori manda in libreria con il titolo “La mia storia, la tua storia”.

“Nel corso della Seconda Intifada ogni mattina dovevo prendere l’autobus n. 5 per recarmi al lavoro – racconta Gavron – quando un giorno è salito un arabo e per tutto il tragitto sono stato preda di pensieri paranoici. Sarei dovuto scendere oppure le mie erano paure immotivate? Una volta tornato a casa ho scritto quello che sarebbe diventato il primo capitolo del romanzo”.

Quello di Assaf Gavron è un racconto affascinante e intriso di humour nero che propone in maniera del tutto originale il racconto di due vite, narrate in prima persona (quella dell’israeliano Eitan Enoch detto Tanin e quella del palestinese Fahmi) che rappresentano due punti di vista opposti e inconciliabili.

Eitan lavora alla Time’s Arrow, una società di yuppies che si occupa di ottimizzare l’uso del tempo ad esempio nei messaggi vocali; la sua famiglia di origini americane ha scelto di vivere in Israele (“Dio solo sa cosa gli è passato per la testa…lasciare in giovane età la vita comoda in America. Andare in un paese difficile. L’hanno chiamato sionismo…”), ha una fidanzata Duci che non ha ancora sposato a causa della morte della madre di lei proprio l’11 settembre del 2001 e da allora, quasi per scaramanzia, non hanno più parlato di matrimonio. Eitan scampa miracolosamente a tre attentati: il primo sull’autobus n. 9 diretto al lavoro dove incontra un giovane Ghiora Guetta, morto nell’attentato e che gli esterna le sue preoccupazioni circa la presenza sull’autobus di un arabo sospetto (che si rivelerà l’attentatore); il secondo durante una sparatoria sulla strada da Tel Aviv a Gerusalemme a Bab el Wad dove vede morire il giovane soldato Chumi al quale aveva dato un passaggio sulla sua auto e il terzo al caffè Europa dove si trovava per prendere un caffè insieme a Shuli, la ragazza di Guetta che aveva conosciuto proprio al suo funerale. Per un bizzarro gioco del destino decidono di scambiarsi i posti a sedere: quando l’attentatore si fa esplodere Eitan si salva, Shuli muore.

Suo malgrado Tanin diventa un personaggio famoso, il simbolo di un paese che cerca di sopravvivere dinanzi alla barbarie del terrorismo: viene invitato a trasmissioni televisive e radiofoniche ma nel frattempo il mondo attorno a lui precipita.

Il crollo psicologico è inevitabile: si allontana da Duci e dalla sua famiglia, il lavoro perde importanza, l’unica cosa che ancora lo tiene aggrappato alla vita quotidiana è la ricerca dei fili che lo legano a coloro che sono state uccisi negli attentati.

L’altra voce narrante è il palestinese Fahmi un ragazzo complesso che il padre vorrebbe far studiare all’università Bir Zeit ma viene coinvolto negli attentati terroristici - dai quali Tanin scampa miracolosamente - dal fratello Bilahl, un fanatico che frequenta la moschea e odia gli ebrei.

L’autore segue con grande capacità introspettiva – mettendosi nei panni del palestinese – la vita di Fahmi nel villaggio di Murair costellata dalla nostalgia per il nonno che dal 1949 non ha mai abbandonato il campo profughi di Al-Amari e del quale vorrebbe seguire l’esempio, dal profondo affetto che lo lega alla sorellina Lulu, dall’amore per Rana e infine dalla decisione di seguire il fratello terrorista Bilahl che da cinque anni vive a Ramallah e si appresta a seguire gli studi alla scuola religiosa “Kuliyat al-Iman”.

Attraverso un racconto dai toni ora comici, ora commoventi, l’autore mette in scena l’esistenza di due giovani che hanno molto in comune e che se si incontrassero in un altro paese potrebbero diventare amici.

Ma in Israele la realtà è molto diversa e deve fare i conti con una esistenza quotidiana che cerca di resistere alla tragedia che la travolge.

Nonostante altri scrittori israeliani - come Yehoshua o Grossman - abbiano dato voce agli arabi per la prima volta Assaf Gavron riesce a far parlare il nemico calandosi nelle sue motivazioni, fin troppo a parere di chi scrive perché, ad esempio, i soldati in questo romanzo sono sempre visti con gli occhi dei palestinesi e quelle che paiono prepotenze burocratiche (non far passare una macchina che trasporta un malato a causa di un blocco intorno al villaggio) sono tentativi di proteggersi da un terrorismo che colpisce indiscriminatamente civili inermi.

Nonostante alcune critiche che ha ricevuto in Israele per l’eccessiva empatia con cui descrive la vita dei palestinesi, l’autore non usa toni tragici per descrivere la paura che Israele deve affrontare e la fotografia che emerge del suo paese è quella di una società pluralista, piena di contraddizioni ma pervasa da un’inesauribile voglia di lottare e di resistere.

La mia storia, la tua storia è un libro coinvolgente e ironico, scritto con una prosa scorrevole, che evidenziando le ragioni di Fahmi e quelle dell’israeliano Eitan turba per il suo realismo e la sua concretezza; quello di Gavron è un romanzo che, nonostante le tematiche affrontate,  lascia nel lettore una sensazione positiva che probabilmente rispecchia la visione dello stesso autore: “….credo fermamente che esista una soluzione. C’è in me una componente ottimistica, convinta che la maggior parte della gente desideri vivere in pace e che le due nazioni possano farlo, un giorno”.

 

Giorgia Greco

 

 

 

 

 

 

 

Narrativa per ragazzi

 

Vite fragili                                       

Rina Frank

Traduzione di Alessandra Shomroni

Fanucci. Euro 17,00

 

Il suo primo romanzo “Ogni casa ha bisogno di un balcone” è diventato un caso letterario vendendo più di centomila copie in Israele e scalando in Italia la classifica dei libri più venduti, un successo riconfermato dal suo secondo romanzo “Ti seguirò a occhi chiusi”. In questi giorni Rina Frank, scrittrice israeliana nata nel 1951 a Wadi Salib, un quartiere di Haifa, torna al pubblico italiano con “Vite fragili” magistralmente tradotto da Alessandra Shomroni.

Prendendo spunto da vicende reali - per scrivere il romanzo ha lavorato in un chiosco – l’autrice racconta con stile scorrevole e diretto storie di esistenze difficili contraddistinte da tossicodipendenza, fatica, disagio ma anche speranza e in qualche caso vittoria.

Sono cronache di vita quotidiana che all’apparenza non si incrociano ma alla fine diventano parte di un destino comune, pur conservando la propria specificità.

In questo affresco si delinea la vita di Daniel, un giovane caduto nella spirale della droga, nato a Ra’anana in una famiglia di religiosi disgregatasi a causa delle crisi depressive della madre che lo hanno condotto all’età di nove anni in un istituto religioso. Nel collegio Daniel si trova a fronteggiare la violenza degli educatori che impongono la disciplina con l’ausilio delle botte; nel giorno del Kippur, che prevede il digiuno, Daniel disobbedisce e si macchia l’abito di succo di frutta scatenando la rabbia del direttore che lo punisce picchiandolo in testa con il libro di preghiere.

Una volta adulto Daniel, che cerca di uscire dal tunnel della droga adattandosi con fatica alle regole di una comunità, si innamora di Revital, una donna forte e dalla volontà di ferro con un marito, Arie, con problemi di droga che allontana da sé e dal figlio, affinché il piccolo non riceva esempi negativi per la sua formazione. Yachi è un bambino maturo e responsabile che rappresenta un “investimento” per Revital. A lui tutto sacrifica: la sua vita privata, il suo tempo e il suo denaro. E per lui si adatta a fare sia la cameriera dal padre Rachmo, sia l’estetista invitando le clienti in casa.

Su tutti emerge un personaggio di grande integrità morale, Ben-Avner cresciuto anch’egli in una famiglia disgregata ma con un padre presente e affettuoso. La rigida disciplina militare - che ha forgiato la sua esistenza - lo ha portato naturalmente a scegliere la professione di poliziotto, un mestiere a cui ha dedicato la vita e per il quale ha sacrificato la famiglia. La sua passione per il lavoro lo ha messo in cattiva luce con i colleghi e per questo ha perso il posto dovendosi poi adattare al ruolo di sorvegliante in un centro commerciale. Ora è un tipo strano che vigila sui più deboli offrendo loro protezione e conforto.

Chaiim chevirim è lo straordinario spaccato di vita israeliana nel quale l’autrice come altri scrittori israeliani, Kenaz e Liebretch, sceglie di allontanarsi dalla Storia per narrare un universo variegato, fatto di rapporti personali e familiari complessi,  pieno di contraddizioni ma pervaso da un’inesauribile voglia di vivere.

E lo fa con una sapienza narrativa e una sensibilità che toccano il cuore regalandoci un romanzo che va letto per capire e per non giudicare perché a tutti può capitare di essere “fragili” nella vita.

 

 

Giorgia Greco

 

 

 

 

 Narrativa per ragazzi

 

Sono stato un numero.

Alberto Sed racconta                   

Roberto Riccardi

Giuntina .Euro 15,00

 

Per quante testimonianze sui campi di sterminio si possano leggere ogni nuovo racconto è un mondo a sé, un frammento di storia prezioso e irripetibile nella sua drammaticità.

E ogni volta la mente lacerata da quei ricordi dolorosi che i sopravvissuti trovano la forza di condividere con noi  - attraverso il racconto orale oppure tramite le pagine di un libro – si pone la medesima domanda. Dov’era Dio? Dov’era l’uomo?

Chissà quante volte se lo sarà chiesto Alberto Sed, ebreo romano deportato ad Auschwitz insieme alla madre e alle sorelle…eppure la sua testimonianza, dopo lunghi anni di silenzio, scritta da Roberto Riccardi – giornalista e tenente colonnello dell’Arma – è priva di odio nei confronti dei suoi aguzzini.

L’incapacità di comprendere il male inflitto e lo sconcerto dinanzi alle atrocità perpetrate dai nazisti rivelano un animo limpido e buono che si apre con gioia alla gratitudine verso coloro che, in un modo o in un altro, si sono prodigati per salvargli la vita.

“Quale parola può descrivere ciò che l’uomo ha saputo fare all’uomo”?

Alberto Sed ci è riuscito con la sua testimonianza scarna e diretta dove nessuna parola può essere adeguata a descrivere l’inferno dei campi di sterminio, ma rappresenta quel filo che si tende fra noi e i sopravvissuti.

L’infanzia per Alberto Sed termina bruscamente con la morte del padre e il successivo ingresso nel Collegio ebraico Pitigliani dove insieme alla sorella Angelica continuerà gli studi: un periodo della sua vita che ricorderà “fra i più felici” una volta arrivato ad Auschwitz, ma destinato a finire con l’avvento delle leggi razziali.

I successivi mesi di difficoltà economiche e di sotterfugi per nascondersi hanno come drammatico epilogo l’arresto e la deportazione , il 16 maggio 1944, con l’unica colpa di essere ebreo.

Alberto giunge ad Auschwitz con la mamma e le sorelle: “….per la mamma e la piccola Emma, otto anni, il destino si compì il giorno stesso dell’arrivo ad Auschwitz. Appena scese dal treno erano finite nella fila di destra, quella della morte…”. Angelica e Fatina vengono destinate al lavoro e alle sofferenze della vita nel campo di sterminio. Solo la piccola Fatina di 13 anni riesce a sopravvivere perché la dolce e affettuosa Angelica, chiamata dai suoi cari “mani d’oro” per il talento nel ricamo, muore un mese prima della liberazione, sbranata dai cani delle SS che in una domenica di noia avevano fatto una scommessa sulla bestia più feroce.

A 15 anni Alberto è costretto ad imparare le dure leggi della sopravvivenza nel campo. Con l’aiuto di Tasca, un militare di Frascati, apprende i segreti per sfuggire alle selezioni, per procurarsi cibo, per tenersi alla larga dalle SS nei giorni di domenica quando”…le SS non hanno niente da fare…per divertirsi ti aizzano i cani contro”.

Con i suoi occhi di ragazzo vede l’orrore quando un prete greco è ucciso barbaramente per aver indossato la veste talare nel giorno dedicato al Signore e conosce la disperazione più profonda quando una SS costringe un suo compagno a lanciare in aria un bimbo di pochi mesi per colpirlo “come fosse al poligono di tiro”.

Un episodio talmente sconvolgente per il giovane Alberto che avrà ripercussioni anche nella sua vita di uomo libero: da quel giorno non riuscirà più a prendere un bimbo in braccio.

“ Posso dargli la mano. In braccio no: mi assale la paura che qualcuno mi gridi di lanciarlo in alto….”

Alberto è tenace e vuole vivere: il suo fisico robusto lo aiuta a sopportare il lavoro massacrante di trasportare massi, scavare canali per l’acqua potabile, spingere carrelli di legna verso i crematori. Per un pezzo di pane in più accetta di fare il pugile per il divertimento dei nazisti e conia il termine “gladiatori del lager”.

Dopo Birkenau e il lavoro nella miniera presso Furstengrube, per Alberto si apre “l’ultimo degli orrori della Shoà: le marce della morte.

Prima di arrivare al campo di Dora, nel cuore della Germania, molti compagni di sventura moriranno e lo stesso Alberto non è convinto di “rientrare appieno” fra i vivi: ha ormai perso la voglia di combattere e un dolore lancinante allo stomaco gli fa agognare le camere a gas per porre fine alle sue sofferenze.

Il destino però ha deciso diversamente: un medico ebreo francese lo opera di appendicite, senza anestesia, e poi lo nasconde sotto il letto consentendogli in tal modo di sfuggire alla selezione nazista.

Ed è con il cuore gonfio di gratitudine per questo giovane medico che ha rischiato la vita per salvarlo che, dopo alcuni giorni, Alberto viene mandato in una fabbrica nei pressi della cittadina di Nordhausen dove, durante un bombardamento alleato, un ufficiale italiano della Marina lo nasconde, insieme ad altri prigionieri, sotto l’elica di un aereo.

Ancora una volta Alberto si salva.

Prima di tornare a Roma è proprio nel campo di Dora che il giovane Sed scopre la solidarietà umana che sembrava scomparsa nell’inferno di Auschwitz, nel volto di Giovanni Serini e nella frase “…Non ti lascio qui a morire, figliolo!” c’è tutto l’amore e la generosità di un essere umano nei confronti di un ragazzo ferito, denutrito, incapace di muoversi e di mangiare.

Un’amicizia che, nata in un luogo disumano, rimarrà salda per tutta la vita.

Alberto Sed oggi non è più il numero A-5491, ha tre figlie, sette nipoti e tre pronipoti e al produttore televisivo che vuole realizzare un documentario e insiste affinchè torni nel lager per “una grande rivincita” mostra con orgoglio una foto scattata alle sue nozze d’oro con la moglie, le figlie e i mariti, i nipoti e i pronipoti e con impeto risponde: “Questa, solo questa è la mia rivincita”.

La testimonianza di Alberto Sed, raccontata con rara sensibilità e delicatezza da Roberto Riccardi, non è che una microscopica goccia in quel mare di sofferenze umane che è stata la Shoah.

Milioni di gocce non possono sostituire del tutto il mare di pregiudizi e ignoranza che ancora alberga nella nostra società, ma è dalla lettura e dall’ascolto di questi racconti che diventiamo testimoni di domani perché la “Memoria non muoia con noi”.

  

Giorgia Greco

 

 

 

 

 

 

 

Paesaggio con tre alberi                        

Yehoshua Kenaz

Traduzione di Elena Loewenthal

Nottetempo. Euro 13,00

 

 

Impareggiabile cantore della vita quotidiana nelle sue pieghe più nascoste e in una complessità che a volte si scioglie in sprazzi di fugace serenità, Yehoshua Kenaz è una delle voci più alte della narrativa israeliana. Colloquiare con lui è un piacere immenso perché è un uomo semplice, uno scrittore di grande cultura oltre che profondo conoscitore della letteratura francese di cui ha tradotto i classici in ebraico: Stendhal, Flaubert, Balzac e Mauriac.

Nato a Petah Tikva nel 1937 durante il Mandato britannico e vincitore nel 1995 del prestigioso premio Bialik, è conosciuto in Italia per romanzi prestigiosi come Voci di muto amore, la grande donna dei sogni, Ripristinando antichi amori pubblicati da Giuntina e Cortocircuito edito da Nottetempo nei quali lo spazio intimo e la dimensione domestica diventano un animato scenario di sentimenti e avventure.

Al Salone del libro di Torino del 2009 ha presentato Paesaggio con tre alberi pubblicato da Nottetempo, un libro che tratta uno dei problemi più scottanti dei nostri giorni, quello della convivenza, che appassiona molto lo scrittore ed è particolarmente vivo nel confronto fra israeliani e palestinesi.

Paesaggio con tre alberi è un racconto lungo e intenso la cui ambientazione è la città di Haifa all’epoca del Mandato britannico, un momento storico che l’autore conosce molto bene per esservi cresciuto, quando il futuro della Palestina era ancora da scrivere.

Il tema della convivenza si declina attraverso il racconto di una coppia di giovani ebrei con un bambino di pochi anni, Salomon, da poco trasferitasi a Haifa che vive in un appartamento adiacente a quello dei padroni di casa, gli Hazon, provenienti dal Cairo anch’essi ebrei ma di origini e confessioni diverse, pieni di pregiudizi e di paure.

Il punto di osservazione è quello del piccolo Salomon il cui sguardo si rivolge con delicata ingenuità ai vicini così diversi per abitudini e cultura - dai quali trascorre molto tempo, affascinato dalla loro conversazione e dai loro gusti alimentari “……..è bello sentir parlare e discutere in quella famiglia, ridere con loro anche quando non si capisce quello che si stanno dicendo, scoprire il sapore dei loro cibi sconosciuti…”

Infatti l’uso dell’arabo e del francese desta in Salomon, sempre attento e sensibile, grande curiosità e lo porta ad esplorare l’appartamento della famiglia Hazon i cui pavimenti sono coperti da pelli d’agnello sulle quali ama sedersi, pur facendo arrabbiare mamma Becky convinta che vi si annidino uova di pidocchi. E’ un mondo fatato quello che si schiude dinanzi agli occhi ingenui di Salomon che entra a piccoli passi in quel microcosmo originale che è la famiglia Hazon: i genitori che gestiscono un negozio di alimentari dove Salomon si reca saltuariamente con la giovane Rachel, una ragazza sensibile che frequenta la scuola per segretarie, Shlomo il figlio che aiuta il padre in negozio e suscita fantasie avventurose nel bambino e infine Alice una ragazza la cui espressione è sempre velata da una punta di tristezza mentre svolge con meticolosità i lavori domestici.

La famiglia di Salomon è senza ombra di dubbio meno affascinante e pittoresca, fatta eccezione per la cugina della madre, Tamara, che vive a Gerusalemme e segue con passione il mondo imperscrutabile della filosofia orientale. Recatasi più volte in India è anche scrittrice di libri per bambini che però non suscitano l’interesse e la curiosità del piccolo Salomon.

A un certo punto Kenaz introduce nella narrazione un personaggio originale sul quale il bambino posa il suo sguardo indagatore: è un soldato inglese, Franck, capitato casualmente nell’appartamento dei genitori di Salomon. La lontananza dalla famiglia lo rende triste e la solitudine è aggravata dalla percezione di un mondo ostile attorno a lui da cui cerca di sfuggire tentando di riprodurre al meglio il quadro di Rembrandt che dà il titolo al romanzo e che appare in una rivista che si porta sempre appresso.

Sarà proprio quest’opera a sancire la nascita di un’amicizia quando Franck, il soldato inglese, regalerà il quadro, frutto del suo impegno e di una costante ricerca di perfezione e bellezza, alla famiglia del bambino.

E’ dunque il racconto di un incontro di culture diverse filtrato attraverso gli occhi di un ragazzino ebreo che vivendo a fianco di una famiglia così diversa dalla propria ne scopre la ricchezza in una lingua e in una cultura affascinanti.

Yehoshua Kenaz è un autore capace di portare il lettore all’interno di storie  che si incrociano per vie casuali o seguendo il destino. Quando si leggono i suoi romanzi e in particolare “Paesaggio con tre alberi” si è perfettamente coscienti della sua capacità di raccontare i misteri di luoghi intimi e cioè l’intimità di qualcosa che sta racchiuso in una casa e attraverso essa si coglie il mistero stesso della vita e delle grandi scelte che occorre fare.

Il coinvolgimento per il lettore è totale e, quasi sentendosi un intruso nella vita altrui, è completamente travolto dalla magia della storia stessa di cui si sente parte integrante.

Un libro da leggere con riverenza per assaporarne fino in fondo la sua straordinaria ricchezza.

 

Giorgia Greco