
DUE PESI, DUE MISURE
Questo è il titolo del grande, interessantissimo convegno che si è svolto a Roma e al quale hanno partecipato personalità e amici di Israele provenienti da tutta Italia.
Fra i presenti la nostra Presidente nazionale Ziva Fischer e la Vice-Presidente Roberta Nahum.
L’ampia relazione che potete leggere qui di seguito ci è stata offerta da un giovane amico di Israele, Giovanni Matteo Quer, che ringraziamo.
Lucia Roditi Forneron
documenti audio e video del convegno scaricabili http://www.radioradicale.it/schede/view/id=219309/convegno-dal-titolo-due-pesi-due-misure-linformazione-su-israele-in-italia
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I due temi principali trattati al congresso della Federazione delle Associazioni Italia-Israele del 2, 3 e 4 marzo scorsi sono: “Due pesi, due misure” nell’informazione sul Israele, e “Il nuovo antisemitismo”, questioni inevitabilmente legate e di cui risulta difficile discernere causa ed effetto. Tra gl’interventi più significativi: Fiamma Nirenstein, Carlo Panella, Magdi Allam, Maurizio Molinari, Giorgio Israel, Daniele Scalise, Emanuele Ottolenghi, Federico Steinhaus e Marco Paganoni.
“La densità di presenza ed attenzione dei media su Israele è inversamente proporzionale alla conoscenza degli stessi media di e su Israele!”. Così la Nirenstein descrive il panorama dell’informazione italiana, che sottace gli sforzi e le attività israeliani diretti verso la pace, dando di Israele l’immagine di Stato razzista e di apartheid, alla quale ci stiamo tutti abituando. Di Israele si deve dare un’immagine negativa sempre e comunque, poco importa se la vita e la società dello Stato ebraico siano altre. Per esempio nulla si sa delle attività dell’ospedale Schneider per l’infanzia, che accoglie bambine e bambini, ragazze e ragazzi ebrei ed arabi da ogni parte del Vicino e Medio Oriente; nulla si sa sulle attività del Centro Peres per la Pace, che organizza corsi per infermieri e medici israeliani e palestinesi, attività di pace attraverso lo sport, ecc.
Nulla si sa della società israeliana, composta da eroi, che indossano la divisa ed imbracciano il fucile per difendere il proprio Stato e dànno esempio al mondo di cosa voglia dire essere una democrazia che combatte e pur rimane tale. Dello Stato di Israele, della società israeliana, della vita quotidiana di un israeliano nulla si sa, nulla si conosce, ma soprattutto nulla si vuol conoscere. L’attenzione morbosa dei media per le guerre, la mistificazione degli errori dell’esercito israeliano che combatte una guerra asimmetrica sulla quale troppo spesso si chiudono gli occhî e ci si tappano le orecchie intentano la distruzione per via mediatica dello Stato ebraico: in altre parole attraverso la mala informazione, che non è semplice disinformazione, si vuole delegittimare l’esistenza stessa dello Stato considerandolo prima uno sgarbo all’umanità e poi un errore della storia – eclatante è il caso delle immagini manipolate di raid aerei o di bombardamenti, con finti morti, finte case distrutte, finte lacrime e finta disperazione.
La demolizione storica, sociale, politica e giuridica di Israele per via mediatica è pura connivenza con i progetti dell’Islam radicale, che si propone l’annientamento degli Ebrei quale primo passo per la costruzione del nuovo uomo islamico, e per l’islamizzazione dell’intero mondo. Panella spiega come l’incapacità dell’occidente, ivi compreso il sionismo, di capire il jihadismo islamista abbia portato sempre a trattare con l’Islam secondo dei parametri e dei principî di raziocinio condiviso. Il punto focale nella comprensione del conflitto sta nell’idea di base islamica: la rivoluzione mondiale islamica è lo scopo principale, che prevede in una visione escatologica radicale la distruzione degli Ebrei e di Israele come inizio dell’apocalisse e del mondo nuovo. Il terrorismo, in questo contesto, non è che uno strumento di azione (come le SS erano il braccio dell’ideologia di fondo nazista che voleva un nuovo uomo ariano, il cui principale nemico era l’uomo ebreo), mentre il vero nocciolo che non si (vuole) comprendere è l’impostazione escatologica dell’ideologia islamista, che mira, in quanto utopia, alla costituzione di un nuovo mondo, di un nuovo uomo. E proprio come con nazismo fascismo e comunismo, anche l’islamismo sta aggregando consensi, e si manifesta ora più che mai nell’Iran di Ahmadinejad.
In uno scenario di questo tipo l’Occidente, ed Israele in particolare, rappresenta la Vita che deve combattere contro l’ideologia della morte e dell’odio che colpisce non solo Ebrei e cristiani, ma anche i musulmani “eterodossi”, come sottolinea Magdi Allam, tra i quali il terrorismo miete più vittime che non tra gli “infedeli”. Ma qual è l’errore fatale che stiamo compiendo? Anzitutto l’inerzia politica sotto la quale si celano interessi economici, e dipoi la connivenza ideologica: lì dove il nichilismo islamico si sposa con l relativismo culturale dell’Occidente giace il vero pericolo, il connubio tra due forze distruttrici che possono travolgere l’Islam e l’Europa.
L’inerzia politica, la mala informazione giornalistica, vanno a braccetto con la “miscultura” giuridica dei diritti umani della giustizia e della libertà, che lungi dall’esser equi-vicina o equi-distante è al contrario puramente anti-isareliana. Qui si arriva allo smascheramento dell’impostazione “Due pesi, due misure”, e dal vaso di Pandora si libra un nuovo antisemitismo, che assume le forme di un anti-sionismo spiccio (come sostiene anche Napolitano), di una battaglia per l’eguaglianza ed i diritti civili. Così chiarisce la situazione Emanuele Ottolenghi: “Se una volta si chiedeva agli Ebrei di convertirsi e di riconoscere in Gesù il Messia, ora si chiede invece di abbandonare il Sionismo quale passo verso la riconciliazione con i musulmani e col mondo”. L’antisemitismo è ancora più evidente nel sostrato teologico del linguaggio politico (una per tutte la comparazione della nascita di Israele come il peccato originale).
Il nuovo antisemitismo politico si accompagna comunque ad un sentimento antigiudaico di origine religiosa ed ideologica, che molte volte è inconscio, come puntualizza Daniele Scalise, che richiama vecchî stereotipi mai tramontati, come il deicidio. Il culmine del sentimento di malanimo contro gli Ebrei si esprime, secondo Federico Steinhaus, nella negazione del diritto di autodeterminazione e nella pretesa di comportamenti del tutto impari da parte di Israele e del mondo ebraico e si riflette, come fa emergere Marco Paganoni, in paradigmi concettuali (l’artificialità di Israele) e gabbie semantiche (basti pensare alla parola Palestina e all’insieme di sentimenti che essa in sé reca e ed evoca) supportati da spaventose lacune storiche.
Di nuovo gli Ebrei sono il problema, considerati la spina nel fianco dell’Occidente l’elemento di squilibrio e del Medio Oriente e del mondo intero. Gli Ebrei e principalmente quelli del Medio Oriente che strenuamente resistono e difendono Israele, ebbene quegli Ebrei non sono la spina nel fianco dell’Occidente, ma ne sono la salvezza. Israele è il fronte ultimo della democrazia nel dilagare del fanatismo utopista islamico, ed è Israele che offre gli esempî ed i modelli per l’Occidente tutto su come possa essere una democrazia che combatte, su come si possano difendere i diritti umani ed al contempo la sicurezza dei cittadini. Tutto l’Occidente è gli Ebrei e massimamente tutto l’Occidente è Israele! “Difendere Israele è difendere il diritto alla vita, è opporsi all’ideologia della morte e dell’odio” ci ricorda Magdi Allam.
Ma se è chiara la ragione per cui dobbiamo difendere Israele, resta il quesito: come difendere Israele?
È quanto mai necessario agire sull’informazione, che è il bene strategico per eccellenza; esorta la Nirenstein: “Bisogna trovare il modo di rovesciare il piatto!”. Il primo passo è indicato da Giorgio Israel, che sprona ad abbandonare dei paradigmi d’ipocrisia ai quali tutti si sono quasi arresi. Si pensi alla questione di Gerusalemme, troppo poco la si difende come città che sempre è stata ebraica, mentre invece si cede all’auspicio di uno statuto internazionale; oppure alla questione dei profughi, il cui ritorno ed il cui indennizzo sono entrambi inaccettabili in un contesto politico di totale disparità coi profughi ebrei.
È quanto mai fondamentale distruggere gli slogan ai quali ci si è abituati per piaggeria politica e ruffianeria diplomatica: “due popoli due stati”, “pace in cambio di terra”, sono espressioni di un inquadramento del conflitto ormai superato dai fatti, di un’analisi del rapporto arabo-israeliano snaturato dalle ideologie e scevro di una reale qualificazione storica, che rimane cara agli antisemiti progressisti.
È quanto mai essenziale cogliere qualsiasi occasione per difendere con strenua pugnacia Israele, che già è un modello per tutte le democrazie che devono combattere la guerra del terrore, e che dev’esser aiutata a trovare una soluzione un metodo per combattere e vincere anche le guerre asimmetriche. Stare dalla parte degli Ebrei è stare dalla parte dell’Occidente, stare dalla parte della vita. Per questo è importante difendere Israele, perché significa difendere noi stessi, difendere la Vita.
Giovanni Matteo Quer