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L'innocenza dei bambini non può ignorare la Shoah

Aggiornamento: 30 giu 2023

Dal Desk della Presidente

Come molti di voi, anche io sono rimasta piuttosto turbata dell’episodio del bambino di Torino che, presentatosi con la Kippa' a una festa di coetanei, è stato oggetto di battute legate alla Shoah.

Frasi così crudeli che non sono degne di essere ricordate.

Non sono una psicologa e non ho gli elementi per analizzare nel dettaglio il motivo per cui a quei bambini è mancata la percezione di aver detto una frase così devastante. Ma posso basarmi sull’esperienza, non solo la mia, ma anche quella di 2000 anni dell’antisemitismo peggiore, quello nascosto negli stereotipi banali delle persone comuni che magari non farebbero mai del male a un loro simile. Quello più difficile da sradicare perché giustificato da una battuta, dalla goliardia, dai sorrisini che nascono parlando di affari, complotti, di naso semita. Tutte parole che dal punto di vista di chi le pronuncia paiono innocenti, impunibili. È probabile che quei bambini si siano concessi una di quelle cattiverie di cui si è capaci a quell’età, stigmatizzando il diverso ovunque si trovi, ma la cosa veramente grave è che gli è stato insegnato che l’ebreo è diverso perché per lui è stata appositamente creata Auschwitz. Domani assisteremo alle solite scuse: è stata una ragazzata, non sapevano il significato di quella frase, lo avranno letto sui social… Ma nessun genitore chiede mai scusa per aver creato il concime perfetto per far crescere il razzismo, quello che poi è capace di svilupparsi in una legge dello Stato. È già successo e dobbiamo impedire che succeda ancora.

Lo dobbiamo al nostro futuro: ho un nipotino, e un altro in arrivo, e oggi non riesco a non chiedermi come reagirebbero in una situazione così, quando saranno abbastanza grandi da incontrare i loro coetanei. E io stessa come reagirei se un giorno loro tornassero a casa a riferirmi una cosa simile?

Sarei molto più che arrabbiata, certo, ma oggi, anche solo ascoltando questa vicenda, so che io e molti di voi stiamo provando più che altro tanta amarezza, magari aumentata dal ricordo di episodi simili che ciascuno di noi ha vissuto. Sappiamo che nella vita di un ebreo arriva sempre quel momento in cui qualcuno punta il dito e pronuncia una frase senza farci troppo caso. Perché quegli stereotipi che elencavo sono talmente entrati nella cultura condivisa che possono manifestarsi persino in persone insospettabili che mai si sognerebbero di essere definite antisemite. Di recente, ad esempio, ho scoperto che, siccome sono ebrea, devo per forza essere bravissima a fare la tesoriera di una associazione, perché chiaramente abbiamo tutti un talento naturale per maneggiare denaro e fare i conti (la mia insegnante di matematica non sarebbe molto d’accordo) e per la stessa logica il mio impegno nella ricerca fondi per il sociale deve rivolgersi prettamente agli ebrei, che, notoriamente, sono ricchi e solidali. D’accordo non sono commenti crudeli sulla Shoah come quelli che può fare un inconsapevole bambino di 11 anni a un coetaneo, ma ogni volta ci ricordano che viviamo in perimetro che sono gli altri a tracciare e ogni volta che li sentiamo dobbiamo sforzarci di ricordare che quella divisione, non è reale, ma solo nella mente di chi l’ha creata. Auguro al ragazzino di Torino che possa convincersene al più presto grazie all’aiuto delle persone che gli sono vicine.

È così radicata nelle nostre vite l’idea che qualcuno ci consideri “diversi”, che talvolta sembra irreale pensare che un giorno smetteranno di farlo. Eppure, io presiedo un’Associazione che si occupa di donne, bambini e famiglie e che ha nel suo Statuto la missione di combattere il pregiudizio. Un’Associazione che ha creato appositamente, 23 anni fa, un Premio Letterario capace di coinvolgere giovani studenti, che quest’anno sono arrivati a essere ben 700. Ognuno di loro avrà in mano due libri che raccontano di noi, forse dopo averli letti sarà più consapevole che quella “diversità” è solo uno dei tanti aspetti della ricchezza di questo mondo.

Ogni singolo giorno lavoriamo con questa idea e non siamo soli: insieme a noi ci sono Istituzioni e tante altre Associazioni, ma non basta. Possiamo condannare, dobbiamo denunciare, ma soprattutto dobbiamo fare ancora di più attraverso la cultura, gli incontri e ogni modo in cui possiamo far sentire la nostra voce. Soprattutto dobbiamo crederci e trasmettere ai nostri nipoti la speranza che il mondo è pieno di imbecilli ma non sarà così per sempre. Diffondere la conoscenza e la consapevolezza è la migliore speranza perché un dito puntato si trasformi in una mano tesa.


Susanna Sciaky, Presidente Nazionale ADEI WIZO

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