Silenced No More, il webinar di Adei Wizo: «Di fronte allo stupro il silenzio è complicità»
- 26 giu
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Fonte originale: Pagine Ebraiche Moked

«Se esiste un inferno, doveva essere simile a quello che hanno provato le vittime del 7 ottobre. Il nostro rapporto ha documentato violenze indicibili, ma ora la cosa più importante è riuscire a confrontarsi con questo dolore». In viaggio verso Ginevra per partecipare a un incontro presso il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Cochav Elkayam-Levy, esperta israeliana di diritto internazionale, riassume così il suo impegno alla guida della Commissione Civile sui crimini del 7 ottobre commessi da Hamas contro donne e bambini. Il suo intervento è stato uno dei passaggi centrali del webinar internazionale Silenced No More – Sexual Terror Unveiled, promosso dall’Adei Wizo e seguito da circa 400 persone collegate da diversi Paesi. Al centro dell’incontro il rapporto pubblicato lo scorso 12 maggio dalla Commissione, che raccoglie testimonianze, materiale video e fotografico, documentazione forense e interviste a sopravvissuti, familiari delle vittime, soccorritori e operatori sanitari per ricostruire le violenze sessuali e di genere perpetrate durante gli attacchi del 7 ottobre e nella successiva prigionia degli ostaggi.«Come donne, e non solo come donne ebree, non possiamo accettare che si neghi la crudeltà di un attacco che ha utilizzato anche lo stupro e il rapimento come strumenti di guerra. Quando la violenza sessuale diventa un’arma di terrore, il silenzio non è mai neutrale», ha sottolineato la presidente nazionale dell’Adei Wizo, Susanna Sciaky, aprendo i lavori. «La difesa della dignità delle donne non può dipendere dalla loro nazionalità, dalla religione o dal contesto in cui quella dignità viene violata».La magistrata della Corte di Cassazione Daniela Dawan, moderatrice dell’incontro, ha richiamato il tema della responsabilità internazionale. «Nonostante l’enorme mole di testimonianze, c’è ancora chi nega quanto accaduto il 7 ottobre. Eppure ogni testimonianza rappresenta un tassello della verità e della memoria collettiva».
Le prove dei crimini
Uno dei temi centrali del webinar è stato il lavoro di raccolta delle prove. Vardit Avidan, esperta di violenza sessuale e di genere e membro del progetto di ricerca R.A.I.A., ha spiegato che già nelle prime ore dopo gli attacchi era evidente che fossero stati commessi crimini sessuali, ma che la sfida consisteva nel documentarli in modo rigoroso. «Gli strumenti normalmente utilizzati per indagare questi reati non sono adatti a uno scenario terroristico. È necessario formare soccorritori e personale d’emergenza a riconoscere e preservare elementi che, presi singolarmente, possono sembrare irrilevanti ma che insieme ricostruiscono il quadro dei fatti. È una lezione che riguarda tutto il mondo, non soltanto Israele».Sulla necessità di trasformare la documentazione in responsabilità internazionale ha insistito Elkayam-Levy. «Abbiamo incontrato il silenzio, l’indifferenza e perfino la negazione. Le prove sono così terribili che molti preferiscono non guardarle. Ma se non portiamo testimonianza, cosa rimane? Hamas ha creato un modello di brutalità destinato a essere imitato. Accettare la manipolazione del terrorismo significa giustificarlo. Noi ci siamo trovati a ripetere una verità che non avrebbe mai dovuto essere discussa: lo stupro non è mai accettabile».La testimonianza più diretta è arrivata da Baruch Niddam, responsabile della divisione internazionale di Zaka, tra i primi a intervenire sui luoghi delle stragi del 7 ottobre. «Neanche io, finché non sono arrivato sul posto, ho capito la gravità di ciò che stava accadendo», ha spiegato Niddam. L’identificazione delle salme ha aggiunto, è stato una delle fasi più complesse, «sia dal punto di vista fisico che emotivo. Abbiamo visto famiglie intere uccise, ragazzini morti insieme ai genitori, corpi bruciati da cui non era possibile ricostruire nemmeno il Dna. Molte persone, anche professionisti con grande esperienza, non riuscivano a resistere a quelle scene».
Il trauma delle sopravvissute
La seconda parte dell’incontro ha affrontato le conseguenze sociali e culturali del 7 ottobre. Elisabetta Camussi, docente di Psicologia sociale all’Università di Milano-Bicocca, ha ricordato come il percorso del silenzio inizi spesso nelle stesse persone che hanno subito violenza e ha proposto di parlare di «sopravvissute» più che di «vittime».Nel processo per ridare alla donna la dignità e la possibilità di chiedere giustizia, ha proseguito Camussi, «la dimensione della sopravvissuta ha dentro di sé già degli elementi di emancipazione e di presa di distanza». Anche sulla base dei propri studi, la psicologa ha messo in guardia dal trascurare l’impatto delle violenze sul futuro: «L’epigenetica, branca della biologia che spiega come si attivano i nostri geni, dimostra che i traumi rimangono impressi dentro di noi e si trasmettono persino di generazione in generazione».
Lo stupro come arma di guerra
Per Linda Laura Sabbadini, già direttrice dell’Istat e tra le più autorevoli studiose italiane della condizione femminile, il 7 ottobre va letto anche dentro una storia più lunga: quella dello stupro usato come arma di guerra e strumento di umiliazione collettiva. «I corpi delle donne sono stati trasformati in campi di battaglia», ha ricordato, sottolineando come la violenza dei terroristi palestinesi abbia assunto anche il carattere di un pogrom: le donne sono state colpite due volte, «in quanto donne e in quanto ebree». Quando la violenza sessuale viene rimossa dal dibattito pubblico, ha aggiunto, si produce una nuova forma di violenza: «Nessun quadro politico può giustificare i femminicidi di massa. Dovrebbe essere dovere di tutte le donne del mondo stare al fianco delle donne stuprate. E c’è una parola per questa solidarietà: sorellanza».
La negazione del mondo femminista
La negazione di parte dell’universo femminista delle atrocità del 7 ottobre è stata al centro dell’intervento dell’ex deputata Anna Paola Concia, impegnata nella tutela dei diritti civili. «Io mi definisco femminista e per questo la libertà delle donne deve essere un valore universale a prescindere da qualsiasi etnia, o ceto sociale appartengano, ma esiste un femminismo che fa distinzioni, che usa la negazione e la rimozione in modo politico. Una negazione che arriva fino all’Onu che sull’argomento ha prodotto una relazione capace di fomentare il dubbio. Un femminismo coccolato dai media occidentali che dice “sorella, io ti credo” sulla violenza, a patto che tu non sia ebrea. Noi non dobbiamo avere paura di dire che questo non è vero femminismo, non dobbiamo avere paura di dire sorella, io ti credo».L’incontro si è concluso con l’impegno dell’Adei Wizo a proseguire il lavoro di informazione e approfondimento avviato con il webinar, nella convinzione che documentare questi crimini e contrastarne la negazione rappresenti un passaggio indispensabile per la tutela dei diritti umani e della dignità delle donne.
(26 Giugno 2026)


