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Tre domande a… Gila Almagor


Gila Almagor è considerata tra le maggiori interpreti del cinema israeliano, ma è anche una scrittrice altrettanto famosa. 

Ha vinto la sezione ragazzi della XXIV Edizione del Premio Letterario ADEI WIZO Adelina Della Pergola con “Sotto l’albero delle Giuggiole”, una toccante storia ambientata nell’Israele del dopoguerra.

E in questa intervista ci descrive, in modo estremamente profondo, il mondo e le sensazioni che hanno originato il suo libro.

Un vero regalo di una grande autrice.

Si ringrazia Paola M. Rubini per la traduzione dall’ebraico






Un libro può davvero cambiare il mondo? E in che modo?  

Il libro, ogni libro, può cambiare il mondo. Ci sono libri che toccano le persone e possono cambiarle – come “Se questo è un uomo” di Primo Levi o “Uno psicologo nei Lager” di Viktor Frankl, che per me è stato una sorta di Bibbia, un mentore, ma non solo per me, penso lo sia stato per molte persone nel mondo; questi due libri li ho comprati, impacchettati bene e li ho dati agli amici, perché è importante che li conoscano.

Se un libro riesce a toccare profondamente una persona, a produrre un cambiamento, persino uno sradicamento, è una grande vittoria, ma l’autore non deve aspettarsi che le parole scritte cambino il mondo. Il mondo deve cambiare perché è caotico, il mondo nel quale viviamo oggi è senza dubbio nel caos: guerre ovunque, violenza ovunque, violenza nei confronti dei bambini, violenza contro le donne, violenza religiosa, fanatismo, fatti terrificanti. Che noi, settant’anni dopo l’atrocità della Shoah, qui, in Israele, il 7 ottobre abbiamo vissuto una Shoah – non c’è altra parola – significa che il mondo non è cambiato e non ha imparato la lezione.  Se ci saranno libri su questa Shoah, sulla disgrazia che ci è capitata, siano benedetti quegli scrittori e quei libri - magari cambiasse qualcosa!

 

Quando scrive ha in mente una precisa tipologia di lettore e se sì quale?

Certo che avevo in mente un lettore. Ho aspettato cinque anni, dopo L’estate di Aviha, prima di scrivere “Sotto l’albero delle giuggiole”, cinque anni, benché il racconto mi fosse chiaro: sapevo che se un giorno lo avessi scritto – non ne ero certa allora – il libro sarebbe stato una lettera di ringraziamento per il mio gruppo di Hadassim, del villaggio della gioventù Hadassim, perché là inizio davvero il mio tikkun, la mia rigenerazione come persona, come bambina, come giovane donna.

La mia vita non era iniziata bene, direi male. Dicevo sempre: Dio, cosa vuoi da me? Perché? Senza padre, con una madre malata di mente, che vita mi stai preparando? Perché mi è successo? Che cosa ho fatto di male? Solo quando arrivai a Hadassim (il villaggio della gioventù nel libro chiamato Udim) iniziò la mia rigenerazione. Nel momento in cui incontrai i bambini sopravvissuti, mi sono detta: basta, qui inizia la mia rigenerazione. Là ho capito cosa significhi nascondere un seme nella terra e vederlo crescere, vederlo fiorire, diventare frutto e poi mangiare quello che hai seminato, e ho capito cosa fosse l’amicizia, la vera amicizia.

Hadassim/Udim nel libro, è stato per me una serra e io ero proprio come una pianta che cresce nella serra e piano, piano, piano raddrizza lo stelo, e capisce che ora è il momento di alzare il capo, perché il sole la illumina e c’è una possibilità, si può vivere.

Quando ero bambina ci sono stati giorni nei quali avrei voluto morire – ce ne sono stati tanti, di quei giorni. Non c’era nemmeno il barlume di un raggio di sole – finché non giunsi là, da quegli amici. 

Mi chiedete se avessi in mente un lettore specifico: sì, i miei amici, il mio gruppo di Hadassim, a loro intendevo rivolgermi. È come se avessi scritto a ciascuno e a ciascuna del mio gruppo una lettera d’amore, una lettera di ringraziamento.

 

Lei è un artista che ha scelto di esprimersi in molti modi, nel mondo di oggi quali pensa siano gli strumenti più efficaci in termini di linguaggio, narrazione, attenzione, per diffondere la cultura tra i giovani? 

 Un libro per bambini o per ragazzi deve essere scritto pensando anche gli adulti; quando diciamo che un libro è solo per bambini piccoli, allora è qualcosa come “il papà è andato al lavoro, ha portato un regalo” – questo per me non è interessante. Io non scrivo libri per bambini, io scrivo ciò che sgorga da me, non ciò che nasce da un’intenzione.  A eccezione di “Sotto l’albero delle giuggiole” che è pensato specificatamente come una lettera d’amore…ma al di là di questo, penso che nel momento in cui tu racconti una storia devi avere rispetto dell’intelligenza del tuo lettore; anche se è un bambino, non deve essere infantile. Un bambino è una persona poco cresciuta in altezza, questo è tutto; i bambini hanno un mondo splendido, un mondo ricco. Se rispetti il bambino, la sua infanzia, la sua età, chi è, lui saprà riconoscere la dedizione nei suoi confronti come lettore: non devi rivolgerti in modo infantile a lui.

Pensiamo a Il Piccolo Principe: un libro che ancora oggi leggo e ogni volta scopro qualcosa di nuovo; così come tutti i grandi libri scritti come fossero per bambini sono libri straordinari. Quando scrivo, racconto una storia nella speranza che ci sia qualcuno che ne venga toccato, qualcuno che si riconosca in ciò che viene narrato.

Nel corso degli anni, da quando uscì il primo libro, L’estate di Aviha, i bambini di tutto il mondo si sono immedesimati in quella bambina – e anche molti adulti; e non ha a che fare con la Shoah – benché nel libro la madre di Aviha sia una sopravvissuta alla Shoah – non c’è bisogno di essere ebreo, non c’è bisogno di essere un sopravvissuto per capire una bambina angosciata, senza padre, con un grande mistero che le viene tenuto nascosto, che la rende diversa dai bambini del vicinato…

Sono felice che nel corso degli anni quel racconto insegni ai giovani a vedere l’altro, a vedere il prossimo. Una bambina che arriva in quartiere e a cui la madre in estate, in vacanza, rasa i capelli, una rapata, la figlia di una pazza, che possibilità aveva in quel quartiere? Nessuna. Può solo combattere, essere forte, per far capire ai bambini crudeli – perché i bambini sanno essere crudeli – di non prendersela con lei, di non chiamare sua madre pazza, sua madre che era una donna meravigliosa, e guai a chi la trattava male. La bambina descritta in Aviha è come ero io.

Per me è importante insegnare ai bambini a rispettare il prossimo, a riconoscerlo, a far capire a chi ci sta intorno che un bambino con quel problema o quell’altro - con il padre cieco, con la mamma malata di mente - sono bambini che vivono in un mondo molto complicato e sempre in tensione. Se un bambino che va a scuola è triste, è arrabbiato, non tormentatelo, chiedetegli come sta, cosa gli stia succedendo, cosa succeda a casa – siate generosi.

Queste sono le cose importanti, per me, nel raccontare una storia: può essere una storia dura, triste, tuttavia c’è speranza, c’è speranza: L’estate di Aviha è un racconto circolare, completo, che finisce nel luogo in cui era iniziato: la mamma va a prendere Aviha all’istituto e alla fine dell’estate la fa ritornare all’istituto.

“Sotto l’albero delle giuggiole” finisce con una vittoria: Mira che va in tribunale per affermare il diritto di essere orfana: è il primo processo nella storia della giurisprudenza israeliana in cui una bambina si presenta in tribunale perché le venga riconosciuto un diritto simile.

Nessuno può affermare con prepotenza: Noi siamo i suoi zii, i suoi genitori, noi l’abbiamo adottata là, sulla nave, è nostra figlia. Mira sa che non sono loro i suoi genitori e tutto il suo gruppo va con lei in tribunale perché ognuno di loro potrebbe trovarsi al centro di quel processo, perché un giorno potrebbe presentarsi uno zio, interessato alle “riparazioni” (il risarcimento offerto dalla Germania ai sopravvissuti della Shoah ndr), che significano tanti soldi per l’avvenire - una prospettiva allettante. Questo libro, Sotto l’albero delle giuggiole, da questo punto di vista è un quadro dell’epoca delle “riparazioni”, della battaglia che divise Israele: accettarle, non accettarle? ci può essere un risarcimento economico per la sofferenza?  nessuno può fare violenza su un orfano dicendo: Io ti ho adottato, vieni, dividiamoci le “riparazioni”, no, no, no: un intero gruppo di bambini orfani si è fatto valere per impedire questo crimine.

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