Sopravvissuto ai fatti del 7 ottobre, Eli Sharabi: “Prigioniero di Hamas, ma non ho mai perso la speranza”
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Fonte originale: Il Resto del Carlino
Lo scrittore ebreo oggi in sinagoga a Ferrara presenta il suo libro: “Raccontare la sofferenza è stato terapeutico. Ogni giorno, quando ricordavo mia moglie e le mie figlie che mi aspettavano, quello era per me un segnale e un obiettivo: restare vivo e tornare da loro”

C’è un prima che non esiste più e un dopo che fatica ancora a trovare un nome. In mezzo, il buio della prigionia, il tempo che si sfilaccia e la memoria che diventa l’unico appiglio per restare vivi. Dall’inferno, ci si esce lentamente. Quel confine sottile tra resistenza e abisso riemerge con la voce di Eli Sharabi, sopravvissuto al pogrom del 7 ottobre perpetrato dai tagliagole di Hamas, che oggi pomeriggio alle 17 sarà ospite a Ferrara nella Sala del Tempio per il premio letterario Adei Wizo. Non solo un autore, ma un uomo che ha attraversato la perdita e ha scelto di trasformarla in racconto. Nel suo libro The Hostage, (Newton Compton) ogni giorno è una prova e ogni ricordo una ancora: la vita, ridotta all’essenziale, si misura nel battito ostinato della speranza. Dopo il buio, la luce. Che ora, pur con un’intensità diversa, si incarica del peso della responsabilità che ha la portata della storia. Sul Carlino, l’autore ci accompagna sotto terra, riportandoci poi alla luce.
Nel suo libro The Hostage racconta giorni che sembrano non finire mai: c’è stato anche solo un momento, piccolo, in cui una parola, un ricordo o un’immagine le hanno permesso di restare ancorato alla vita?
“Ogni giorno, quando ricordavo mia moglie e le mie figlie che mi aspettavano, quello era per me un segnale e un obiettivo: restare vivo e tornare da loro. Sì, ci sono stati giorni lunghissimi mentre aspettavamo la mia liberazione, ma non abbiamo mai perso la speranza che un giorno saremmo stati liberi”.
La privazione più dura non è solo fisica ma anche emotiva: quanto pesa, nel buio, l’assenza degli affetti e come si continua a “sentire” chi si ama?
“Quando sei a cinquanta metri sottoterra e perdi la tua libertà, senti ogni momento della tua vita. Le uniche cose che ti tengono vivo e ti danno speranza sono i ricordi delle persone che ami. Per me erano mia moglie, le mie figlie, mia madre, i miei fratelli. Non pensi mai alle cose materiali: pensi solo alle persone che ami. Conta solo quello”.
Dopo un’esperienza così estrema, cosa significa oggi per lei la parola “casa”? È un luogo, una presenza o qualcosa che si ricostruisce lentamente dentro di sé?
“Si vuole sempre pensare alla casa come a un luogo, ma io ho perso il mio luogo e la mia comunità. Non tornerò nella casa che è stata distrutta. Per me casa è stare con le persone che mi amano e mi sostengono. È la mia famiglia, sono i miei amici di sempre”.
Scrivere The Hostage: è stato un viaggio dentro quel dolore oppure, al contrario, un modo per liberarsene almeno in parte?
“Non è solo il libro, ma anche gli incontri che tengo in tutto il mondo, in Israele e nelle comunità ebraiche. Parlare di tutto questo e scrivere il libro è stato un processo molto terapeutico. Affrontare la mia prigionia e le mie perdite, raccontarle ogni giorno, mi ha aiutato nel mio percorso di guarigione”.
Davanti agli studenti che la ascolteranno a Ferrara, quale sentimento vuole trasmettere con più urgenza: la paura vissuta o la forza che le ha permesso di resistere?
“Non è né paura né forza: la mia storia è più del dolore, più della prigionia, più della perdita. È la speranza che porto nella vita. Per me andare avanti significa restare ottimista. La mia perdita e il mio dolore esisteranno accanto alla mia vita, non dentro di essa”.
Se oggi potesse parlare con l’uomo che era prima del 7 ottobre, cosa gli direbbe sapendo quello che avrebbe dovuto attraversare?
“Gli direi di passare ogni momento libero con mia moglie e le mie figlie, perché è tempo prezioso. Dovremmo tutti pensarci e ricordare che ogni momento è prezioso e non va sprecato per cose che non contano davvero”.
(7 maggio 2026)




