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Tre anni dopo il 7 ottobre

12 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

Tre anni fa pensavamo che sarebbe bastato raccontare. Raccontare ciò che era accaduto, mostrare le immagini, raccogliere le testimonianze, conservare le prove. Pensavamo che, una volta conosciuti i fatti, sarebbe stato impossibile per il mondo voltarsi dall’altra parte. Non è stato così.



Ed è una delle cose che fanno più male, perché la conoscenza dei fatti è alla base per il progresso di qualsiasi società, ed è palese che recepire tutta la gravità del massacro che quella mattina ci ha svegliato, sia la premessa necessaria perché questo non si ripeta, in Israele come in ogni paese minacciato dal terrorismo. Ma serve anche ai vivi, che quel dolore l’hanno vissuto, per provare a superarlo: nessuno può guarire da solo da una perdita simile. Eppure, siamo stati lasciati soli.


Certo, in questi tre anni abbiamo conosciuto insieme allo sconforto anche il sollievo immenso del ritorno a casa degli ostaggi ancora vivi e la consolazione della restituzione delle salme dei rapiti non più in vita. Ma rimane sempre il pensiero di chi non è tornato, delle vite spezzate e delle famiglie mutilate da affetti che dovranno convivere per sempre con il ricordo di ciò che è successo. Una memoria sempre più difficile da custodire, mentre vediamo il resto del mondo impegnato nella costruzione di altre realtà, di narrazioni che si sovrappongono, come se esistesse un telecomando per scegliere quale dolore vedere e quale negare.


Hamas è riuscita a portarci via i nostri cari cercando di sottrarci anche la verità e, con essa, di minacciare ciò che abbiamo di più prezioso: la speranza.


Ha spezzato la fiducia di coloro che più credevano nel dialogo e avevano aperto le porte delle proprie case agli stessi che sarebbero poi diventati i loro assassini.


Così nel nostro cuore sono state colpite quelle idee di convivenza e di pace che da sempre consideriamo indispensabili per costruire il futuro. Le radici di quei sentimenti, così profonde nell’ebraismo, non possono essere cancellate, ma sentirsi parte di un mondo che ci emargina non è certo il modo migliore affinché possano rigermogliare con la fiducia nel domani.


E forse sarà per questo che oggi ho la sensazione di vivere in un mondo fermo da tre anni.  Un mondo nel quale, la nostra paura ci fa stringere ancora di più attorno a ciò che conosciamo e amiamo: la nostra famiglia, la nostra comunità, la nostra terra.


Eppure, far parte dell’ADEI WIZO significa, in qualche modo, continuare a lavorare per la speranza. Un compito che oggi, più che mai, significa anche preservare la verità, non lasciando che scompaia soffocata da mille altre voci.  E se ci guardiamo intorno scopriamo anche che no, non dobbiamo sentirci soli di fronte a tale responsabilità.  In questi anni abbiamo avuto la fortuna di incontrare tante persone che hanno fatto del raccontare e del diffondere la verità su ciò che è realmente accaduto il 7 ottobre una missione. Tutte loro hanno preso il dolore e, senza paura di condividerlo, lo hanno trasformato in testimonianza e in forza per una comunità. Per noi le loro parole hanno un valore immenso per aiutarci a rimettere in moto quel mondo che a volte è immobile nella sua indifferenza.


Ed è proprio con le parole di alcune delle persone che nel 2026 hanno condiviso il nostro cammino che vogliamo commemorare questo 7 ottobre.


Susanna Sciaky – Presidente Nazionale ADEI WIZO

 



DR.SSA COHAV ELKAYAM-LEVY, Fondatrice e Presidente della Commissione Civile sui crimini commessi da Hamas contro donne e bambini il 7 ottobre. Protagonista del Webinar ADEI WIZO Silenced no More, ha voluto inviarci questo messaggio in occasione del terzo anniversario del 7 ottobre.

«A tre anni dal 7 ottobre, stiamo entrando in un nuovo capitolo. Dalla pubblicazione di Silenced No More, abbiamo assistito a un profondo cambiamento nel dibattito globale: i crimini commessi contro donne, bambini e famiglie non possono più essere negati o cancellati. La verità fa ormai parte della memoria storica. Da qui, ci rialzeremo. La nostra responsabilità ora è portare avanti quella verità, per fare in modo che ciò che è accaduto alle vittime abbia un significato, che esse vengano ricordate e che ciò che abbiamo imparato diventi una forza capace di prevenire e promuovere il cambiamento. La memoria non deve limitarsi a preservare il passato, ma deve radicarsi nell’impegno a costruire un futuro più sicuro e più umano. Ora il nostro obiettivo è costruire la memoria di domani. Dobbiamo lavorare insieme affinché la verità che oggi preserviamo continui a plasmare ciò che il mondo ricorderà, ciò che imparerà e ciò che non permetterà mai più che accada.»

SERGIO DELLA PERGOLA, Professore emerito all'Università Ebraica di Gerusalemme ha voluto inviarci questo messaggio in occasione del terzo anniversario del 7 ottobre.

Il sette ottobre si è spalancata una voragine incolmabile. Fra chi persegue la vita e chi persegue la morte. Fra chi crede nella pace con gli altri e chi proclama lo sterminio degli altri. Fra gli onesti e i disonesti. Fra i coraggiosi e i codardi. Fra gli eroi e i traditori. Fra i puri e gli opportunisti. Fra i trasparenti e i manipolatori. Fra chi ha dignità e chi non ha dignità. Sono precipitate in questa voragine tante amicizie. Tante speranze. Tante onorate reputazioni. Tanti accademici. Tanti pubblicisti. Tanti politici. Il sette ottobre è iniziato un declino dell’Occidente. L’Islam fondamentalista ha mostrato per sempre la sua anima intrisa di sangue. L’Ebraismo ha mostrato i suoi tanti volti. Uno di questi è l’aspirazione alla vita. Dopo il sette ottobre, tutto ciò che è finito nella voragine scomparirà. La vita vivrà.

ELI SHARABI, ex ostaggio di Hamas a Gaza – scrittore e testimone.  Estratto del suo discorso alla giornata conclusiva del Premio Letterario ADEI WIZO Adelina Della Pergola, Ferrara, 7 maggio 2026.

“Il 7 ottobre ci hanno trascinato a Gaza tra due ali di folla che voleva linciarci. Per cinquantadue giorni siamo stati prigionieri nella casa di una famiglia palestinese, poi per altri 440 giorni nei tunnel, cinquanta metri sottoterra, insieme ad altri ostaggi rapiti dal festival Nova…quello che si consuma davvero non è il corpo. È non sapere cosa sta succedendo fuori. È il silenzio.  Io sono una persona pratica non uno che si crogiola nella tristezza o nella rabbia; la perdita dei miei cari è stata tragica, ma per quasi 500 giorni tanta gente ha lottato per me, ora devo onorare il loro impegno, non posso permettermi di piangere. Così ho cominciato a condividere e a parlare”. 

VARDIT AVIDAN, responsabile delle attività di policy e legislazione del World WIZO e membro del team di ricerca del progetto R.A.I.A. (Recognition, Accountability, Integrity, Awareness). Estratto dell’intervento al Webinar Silenced no more, 23 giugno 2026.

“Già lo stesso 7 ottobre era chiarissimo che c’erano stati casi di violenza sessuale, il problema era portare le prove di fronte a chi avrebbe fatto di tutto per negarle. Ed era la cosa più importante, perché se questa giustizia viene rifiutata a Israele, allora può essere negata in qualsiasi parte del mondo”.

BARUCH NIDDAM, Deputy CEO e Director della Divisione Internazionale di ZAKA, estratto dell’intervento al Webinare Silenced no more, 23 giugno 2026.

“Abbiamo visto famiglie intere uccise, ragazzini morti insieme ai genitori, corpi bruciati da cui non era possibile ricostruire nemmeno il DNA. Molte persone, anche professionisti con grande esperienza, non riuscivano a resistere a quelle scene.”

DANIELA DAWAN, Giornalista, estratto dell’intervento al Webinar Silenced no more, 23 giugno 2026.

“Nonostante l’enorme mole di testimonianze, c’è chi ancora chi nega quanto accaduto il 7 ottobre e distoglie lo sguardo. – ribadisce – invece, ognuno degli interventi è un tassello della verità e della memoria collettiva”.

ELISABETTA CAMUSSI, Professoressa associata di Psicologia Sociale presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, al Webinar Silenced no more, 23 giugno 2026.

“L’epigenetica, quella branca della biologia che ci dice come si attivano i nostri geni, dimostra che i traumi rimangono impressi dentro di noi e si trasmettono persino di generazione in generazione. […] Nella violenza spesso il percorso del silenzio comincia da chi l’ha subita, e dalla paura dello stigma sociale”. 

LINDA LAURA SABBADINI, già Direttrice centrale dell'ISTAT, studiosa italiane della condizione femminile, al Webinar Silenced no more, 23 giugno 2026.

“Il sette ottobre, però, i terroristi sono andati oltr, hanno simulato un Pogrom, con tutti gli elementi di questa orribile tradizione, riportando in vita una realtà più antica e più inquietante: colpire gli ebrei, non per ciò che fanno, ma per ciò che sono. E le donne sono state colpite due volte in quanto donne e in quanto ebree. In questo quadro i silenzi hanno pesato troppo”.

ANNA PAOLA CONCIA, già Parlamentare della Repubblica, impegnata nella tutela dei diritti civili, al Webinar Silenced no more, 23 giugno 2026.

“Per me è molto difficile chiamare stupri di guerra quello che è successo il 7 ottobre. È stato piuttosto un modello di brutalità. Io mi definisco femminista e per questo la libertà delle donne deve essere un valore universale a prescindere da qualsiasi etnia, o ceto sociale appartengano, ma esiste un femminismo che fa distinzioni, che usa la negazione e la rimozione in modo politico. Un femminismo coccolato dai media occidentali che dice “sorella, io ti credo” sulla violenza, a patto che tu non sia ebrea”. 

ANAT VIDOR, Presidente WORLD WIZO, al 15° Congresso delle Nazioni Unite sulla prevenzione del crimine e la giustizia penale, Abu Dabhi, 30 settembre 2026.

“Per quasi tre anni abbiamo lottato perché il mondo riconoscesse ciò che è accaduto. Ma il riconoscimento, da solo, non basta […] La memoria è un dovere morale. La giustizia è un dovere giuridico”

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