La WIZO alle Nazioni Unite: “La memoria è un dovere morale. La giustizia un dovere giuridico”

La Presidente del WORLD WIZO Anat Vidor ha partecipato al 15° Congresso delle Nazioni Unite sulla prevenzione del crimine e la giustizia penale che si è tenuto ad Abu Dhabi il 30 settembre. Una vetrina rilevante in cui l’Organizzazione ha avuto un proprio spazio con un incontro dedicato alla violenza sessuale legata ai conflitti nell’era digitale. L’iniziativa è stata promossa dalla Dr. Hava Bugajer, rappresentante della WIZO presso le Nazioni Unite a Vienna.
Per l’ADEI WIZO seguire con attenzione i lavori della WIZO in questa sede è stato importante, specie dopo aver cercato di focalizzare l’attenzione internazionale sulle violenze sessuali del sette ottobre grazie al Webinar Silenced No More, che nel giugno 2026 ha coinvolto ospiti e pubblico da tutto il mondo.
Come era già avvenuto nell’incontro dell’ADEI WIZO, anche in questo caso gli eventi del 7 ottobre 2023 sono stati il punto di partenza per una riflessione più ampia su come documentare, preservare e utilizzare in sede giudiziaria le prove delle violenze sessuali commesse nei conflitti, soprattutto quando le vittime non possono o non vogliono testimoniare pubblicamente. Casi documentati recentemente non solo tra le vittime del terrorismo di Hamas, ma anche nelle guerre dei Balcani, in Africa e in Ucraina. Fondamentale per affrontare questo discorso all’incontro di Abu Dhabi, la partecipazione del The Dinah Project, dell’International Association of Jewish Lawyers and Jurists(IJL), del Generative AI for Good e di JurFem Ucraina.
L’intervento di Anat Vidor, che ha aperto i lavori, si è incentrato in particolare sul paradosso dell’era digitale. Oggi viviamo in una società capace di fornire e condividere documentazione senza precedenti, ma al contempo anche in grado di cambiare completamente la narrazione fino a stravolgere ciò che potrà diventare prova o addirittura rivolgerla contro le stesse vittime. “La domanda è come fare in modo che la tecnologia serva la giustizia senza sottrarre alla vittima il controllo della propria storia”. Vidor ha anche spiegato perché il World WIZO continui a investire nelle istituzioni internazionali nonostante le critiche rivolte loro: “crediamo nei sistemi internazionali”, ha sostenuto, ricordando che la WIZO gode di status consultivo presso ECOSOC (Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite) dal 1959. Il senso della presenza ad Abu Dhabi, nella sua impostazione, è proprio portare competenze e contribuire alla costruzione di soluzioni presso le istituzioni internazionali.
In questo campo si inserisce il progetto The Dinah Project, illustrato da Sharon Zagagi-Pinhas, capace di offrire una roadmap giuridica in grado di trasformare il riconoscimento delle violenze in responsabilità penale e giustizia. Determinante in questo senso anche il contributo dell’International Association of Jewish Lawyers and Jurists, presentato da Sharon Binyan, che ha spiegato come è stato possibile definire il quadro giuridico nel quale far ricadere la violenza sessuale direttamente o indirettamente collegata a un conflitto. Non è semplicemente una violenza che “avviene durante una guerra”: a rendere questo reato una vera arma di guerra sono il contesto, la scala, la ripetizione e la finalità, elementi che possono trasformare l’aggressione contro una singola persona in parte di un attacco più ampio contro una comunità. Per questo diventa importante preservare lo scenario quando si manifesta, nonostante un conflitto finisca per moltiplicare le difficoltà nell’ottenere testimonianze dirette, mantenere intatta la scena del crimine e attribuire un singolo atto a un singolo autore. Chi ha seguito il Webinar dell’ADEI WIZO avrà trovato familiari alcune metodologie che erano già state esposte in questa occasione, come ad esempio la necessità di prestare attenzione ai pattern (ad esempio la disposizione dei corpi delle vittime) e di conservare le prove durante i soccorsi.
A questi problemi si aggiungono la negazione, la distorsione e il conflitto tra narrazioni, oggi accelerati dall’ambiente digitale, un aspetto che la relazione di Shiran Mlamdovsky Somech, fondatrice e CEO di Generative AI for Good, ha reso molto attuale. Somech ha presentato “Hearing Their Voices”, iniziativa che utilizza l’intelligenza artificiale per permettere alle sopravvissute alla violenza sessuale nei conflitti di raccontare la propria esperienza proteggendo, quando necessario, la propria identità. “La nostra missione – ha spiegato - non è vincere la corsa tecnologica. È usare la tecnologia per aiutarci a essere più umani”.
I lavori sono proseguiti con l’intervento di Nava Ben-Or del The Dinah Project, dedicato alla raccolta delle prove delle violenze del 7 ottobre e dell’avvocato Ben Rozenberg dell’IJL, che ha ricordato i progressi compiuti negli ultimi trent’anni dai tribunali internazionali per Ruanda ed ex Jugoslavia e dallo Statuto di Roma, nel riconoscimento della violenza sessuale come crimine autonomo. Ha però sottolineato anche i limiti strutturali della giustizia internazionale, esprimendo critiche sul funzionamento delle istituzioni internazionali nei procedimenti che riguardano Israele e Hamas e osservando che la Corte Internazionale di Giustizia giudica controversie tra Stati e non può quindi esercitare direttamente la propria giurisdizione su un attore non statale come Hamas.
L’esperienza della guerra in Ucraina si è rivelata particolarmente significativa per mostrare il percorso che conduce dalla raccolta delle prove al loro utilizzo in sede giudiziaria. L’ha spiegato Viktoriia Karpa dell’Associazione JurFem, collegata proprio dall’Ucraina. Non solo ha riferito sui dati raccolti dopo l’invasione russa, ma ha illustrato anche alcuni strumenti digitali sviluppati con UN Women in Ucraina proprio per facilitare questo percorso. Tra questi, una piattaforma online che consente a sopravvissuti e avvocati di fornire, in forma anonima, feedback sulle interazioni con forze dell’ordine, tribunali e organizzazioni. I dati vengono analizzati e trasformati in raccomandazioni volte a migliorare il funzionamento del sistema.
Nell’ultima parte, Ben Rozenberg di IJL ha affrontato uno dei principali limiti di questi contesti: le istituzioni internazionali demandano agli Stati le indagini, quando invece dovrebbero affiancarli; la giustizia internazionale non sostituisce quella nazionale, dovrebbe integrarla.
Vogliamo concludere questo resoconto con una citazione dall’intervento della Presidente Vidor: “La memoria è un dovere morale. La giustizia è un dovere giuridico” e anche la strada spesso è molto lunga e piena di difficoltà: ogni passo in più va compiuto con determinazione perché ci avvicina a quei diritti inalienabili che tutte noi ci siamo impegnate a difendere. Lo dobbiamo sia alla memoria delle vittime, sia al dovere di costruire un futuro migliore per i nostri figli.



