Monaco ‘72: un ricordo personale contro l’indifferenza

Dal Desk della Presidente


In questi giorni, la ricorrenza dei 50 anni dalla strage alle Olimpiadi di Monaco ci ha ricordato ancora una volta quanto è stato difficile creare un posto per noi ebrei nella società contemporanea e quanto questo posto debba ancora oggi essere difeso e protetto da chi vorrebbe cancellarlo. Non voglio entrare nel merito delle ferite ancora aperte che quel triste evento ha lasciato dietro di sé, ma condividere con voi una riflessione che parte da un mio ricordo personale di quei giorni di fine estate. Come succede a tutti noi, quando siamo alla finestra della Storia, ricordo bene i particolari di quella giornata del settembre 1972. Avevo 15 anni, ero in Liguria, assaporavo gli ultimi giorni di quelle vacanze “lunghe” in cui si viveva spensierati per mesi insieme agli amici. Esperienze che nel mondo di oggi sembrano impossibili. Quel giorno non ero andata al mare, avevo passato ore a casa insieme ai miei genitori, incollata alla radio, uscendo di casa soltanto dopo aver saputo dell’epilogo drammatico.

Sconvolta, volevo condividere con gli amici il dolore per quella tragedia che aveva colpito il mio popolo, il mio Paese; di quelle vicende lontane, loro non sapevano quasi nulla. Cercavo di spiegare come fosse insensato l’omicidio di una squadra che partecipava a una Olimpiade, di trasmettere il senso di estrema gravità di quei fatti, ma era come se venissi da un altro pianeta. Erano ragazzi istruiti, figli di professionisti della bella e solida borghesia milanese, colta e informata, eppure non riuscivano a capire perché una loro coetanea italiana si dovesse addolorare per una vicenda così distante. Di quella giornata, quindi, mi è rimasto, oltre al dolore per le vittime, la sensazione della mancanza di empatia che le persone possono provare di fronte a una tragedia che ci appare universale.

Mi chiedo se oggi potrebbe essere ancora così. Centinaia di metal detector e telecamere che sorvegliano ogni evento sembrano tener lontana la sconfortante ingenuità con cui persone e governi affrontarono quella crisi. L’11 settembre, la stagione degli attentanti, che ha coinvolto l‘intera Europa e non solo, dovrebbero averci fatto comprendere che il terrorismo non è più questione di un singolo stato nazionale, ma una piaga che ha sempre ripercussioni globali.

Tuttavia, siamo sicuri che quella indifferenza che ho provato allora sulla mia pelle oggi non esista più? Che il mondo sia consapevole di come le vicende che coinvolgono Israele non siano da derubricare come “disordini in Medioriente”, ma fanno parte di un contesto dove Israele non è un problema, ma piuttosto la soluzione. E, soprattutto, siamo sicuri che, a distanza di 50 anni, l’uccisione di un ebreo, in quanto ebreo, sia ancora considerato un evento che può non riguardare la vita tutti? Un evento di fronte al quale si può continuare a vivere facendo finta di nulla?

Ognuno di noi ha le proprie risposte.


Susanna Sciaky, Presidente Nazionale ADEI WIZO







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