Pensavo di aver capito la minaccia dei droni... finché non ne ho sentito uno sopra la mia testa.
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Da lontano è molto difficile valutare il conflitto tra Israele e Hezbollah e rendersi conto di cosa voglia dire vivere al confine con il Libano solo attraverso il racconto dei media nazionali e rendersi conto di cosa voglia dire vivere al confine con il Libano. La continua minaccia di razzi e droni dell’organizzazione terroristica ha reso precaria e angosciante l’esistenza di tutti i residenti del Nord di Israele, così come quella di tutti quei cittadini libanesi o drusi che vogliono semplicemente vivere in pace nelle loro case.
A ricordarci della tragica realtà dei fatti ci ha pensato Meital Bergman social media manager della WIZO, che ha voluto condividere con noi una giornata trascorsa in una delle zone più delicate del confine Nord di Israele, una vera zona di guerra dove, per le 60.000 persone che vi vivono, è impossibile condurre una vita normale. Qui da marzo del 2026 ci sono stati 24 morti e oltre 100 feriti.
Ecco la sua cronaca, nella nostra traduzione e in originale in fondo al testo da sfogliare.
Nell'ambito del mio lavoro come responsabile dei contenuti e dei social media presso World WIZO, mi sono recata a Kiryat Shmona, a pochi chilometri dal confine tra Israele e il Libano. Quello che ho vissuto lì mi ha permesso di intravedere una realtà con cui migliaia di israeliani del nord convivono ogni giorno da oltre due anni e mezzo. Pensavo di comprendere la minaccia rappresentata dai droni da attacco. Invece no.
L’idea che mi ha fatto partire era di condividere con voi riprese di qualcosa di speciale a Kiryat Shmona da mettere a disposizione del marketing della WIZO. In origine avremmo dovuto effettuare le riprese domenica 31 maggio, ma l’area era chiusa a causa dell’escalation della guerra con il Libano. Martedì sera abbiamo ricevuto la conferma che stavano riaprendo la circolazione, così abbiamo guidato per due ore e mezza fino a una città situata a pochi chilometri dal confine. Tutto sembrava tranquillo e silenzioso. Quando abbiamo terminato le riprese, il fotografo e io abbiamo deciso di andare in auto nella vicina cittadina di Metulla. Il fotografo presta servizio come riservista nel ruolo di documentarista militare, un incarico che lo porta in quella zona praticamente un giorno sì e uno no, entrando anche in Libano insieme all’IDF per filmare le operazioni. Con lui sono arrivata fino al valico di frontiera «Di solito, quando arriviamo qui, - mi ha detto - dobbiamo tenere d’occhio il cielo per individuare eventuali droni d’attacco, ma in questo momento non ce ne sono». Due minuti dopo abbiamo sentito l’avvicinarsi di un drone. Sono immediatamente entrata in “modalità di sopravvivenza” e ho iniziato a correre verso l’auto. Il fotografo ha capito subito che non si trattava di un drone d’attacco, ma di uno dell’IDF impegnato a individuare droni in arrivo per distruggerli prima che possano colpire i civili. Appena due minuti dopo essere saliti in macchina e aver iniziato il viaggio di ritorno verso Kiryat Shmona, però, sono risuonate le sirene che avvertivano la popolazione della presenza di droni ostili nell’area.
Da israeliana che vive nel centro del Paese, nemmeno io avevo compreso fino in fondo quanto sia terrificante questa realtà. Questi droni compaiono in pochi secondi, dal nulla. Immaginate genitori che cercano di raggiungere i propri figli in tempo. Bambini che cercano un rifugio prima che sia troppo tardi. Anziani consapevoli di non riuscire forse a mettersi in salvo in tempo. Questa è una realtà incredibilmente difficile e spaventosa. Il mio cuore va a questi eroi del nord: i civili che continuano a vivere in queste zone nonostante tutto e i soldati, molti dei quali negli ultimi due anni e mezzo non hanno praticamente mai lasciato le loro postazioni, facendo tutto il possibile per proteggere vite innocenti.
Meital Bergman
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