top of page

Il 7 ottobre, i ricordi, un libro. Eli Sharabi parla col Foglio

  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Fonte originale: Il Foglio


L’ex ostaggio israeliano racconta i 491 giorni di prigionia dopo il massacro: la morte della moglie e delle figlie, i tunnel di Hamas, la propaganda che cancella il massacro: “Tutto ciò che voglio è non dover stare sottoterra"


“Tutto ciò che voglio è di non dover stare sottoterra”. Non è forse un incubo presente nella testa di tutti, essere sepolti vivi? Eppure ormai dimentichiamo la tortura infinita, di quasi due anni per alcuni, inflitta ai rapiti del 7 ottobre. Eli Sharabi ha trascorso 491 giorni in cattività a Gaza, e la maggior parte di essi nei tunnel, dopo essere stato portato via dalla sua casa nel kibbutz Be’eri, a due passi dalla Striscia. Quando è stato rilasciato pesava 44 chili. Per prima cosa chiese di sua moglie Lianne e delle due figlie adolescenti, Noiya e Yahel. Gli risposero che erano stati assassinate sul posto dai palestinesi che avevano compiuto il massacro del 7 ottobre.

Su tutto questo, sul giorno del suo rapimento e sulla sua prigionia, Eli Sharabi ha scritto un libro straordinario, tragico e bellissimo, asciutto come il suo titolo, L’ostaggio, e incredibilmente privo di qualsiasi vittimismo. Parlano la storia e i fatti, con la loro evidenza. Un libro che dovrebbe rimanere come pietra d’inciampo per tutti coloro, e sono tantissimi, per non dire la maggior parte, che sembrano voler rimuovere la memoria dell’orrore perpetrato dai terroristi palestinesi contro israeliani ed ebrei inermi. Un libro che, nonostante ciò che il suo autore ha attraversato, l’indicibile, testimonia la forza della vita. La forza di una vita che vuole vivere nonostante abbia perso tutto a causa dell’odio più cieco contro di lui e i suoi cari. L’odio di un’ideologia così tremenda, la più cupa, quella del fanatismo islamico di Hamas, con cui l’occidente pensa di poter discutere o persino di poter “comprendere”, trattando quei fanatici criminali con i nostri criteri umanitaristi.

Raggiungiamo Eli Sharabi al telefono, e lui accetta di rispondere a qualche nostra domanda. Nonostante ripercorrere quei momenti immaginiamo sia ciò che vi è di più doloroso, si avverte in lui il grande compito morale della testimonianza. Per non dimenticare. Per non lasciare che il ricordo di quel massacro sia oscurato dalla propaganda. Dimenticando il 7 ottobre, infatti, diviene facile cancellare le motivazioni profonde e autentiche di tutto quanto è venuto dopo.

La mattina del 7 ottobre, ci dice Sharabi, è cominciata poco dopo le sei e mezzo del mattino. Sono suonati gli allarmi ma pensavano si trattasse “solo” di un attacco missilistico, uno di quelli che venivano lanciati da Gaza ogni quattro o cinque mesi. Ci dice che lui e la moglie hanno portato le figlie nella “safe room” della casa, un piccolo bunker antimissile, sperando che sarebbe finita presto. Poi il suo telefono e quello della moglie hanno iniziato a ricevere notizie diverse dai team di emergenza del kibbutz. I terroristi di Hamas si erano infiltrati e iniziavano a mietere vittime. Dopo un po’, mentre arrivavano le immagini di quello che stava già avvenendo, sono giunti alla loro porta. Hanno fatto fuoco attraverso le pareti. Eli dice che con la moglie hanno deciso di non opporre resistenza per il bene delle figlie, per evitare che potessero fare loro del male. L’hanno preso e trascinato via, mentre la moglie e le figlie rimanevano in casa. Ci dice che ha gridato loro di non preoccuparsi, che sarebbe ritornato. Non avrebbe mai potuto immaginare che loro sarebbero state assassinate lì, quella stessa mattina.

Poi Eli ci racconta l’arrivo a Gaza, la folla, tutta la folla, che voleva linciarlo nonostante fosse niente altro che un cittadino qualsiasi strappato una mattina qualsiasi dalla propria casa mentre stava per fare colazione. Ci racconta che è stato trattenuto per alcuni giorni nell’abitazione di una famiglia normale, una famiglia borghese, quasi ospitale, che però faceva da carceriere mentre lui aveva le braccia legate dietro la schiena, con corde così strette da disarticolargli le spalle. Poi ci racconta di come, dopo alcune settimane, è stato sprofondato decine di metri sottoterra, come una bestia, scalzo e lurido e denutrito per più di un anno.

A questo punto gli chiediamo se non creda che di tutto questo si stia interamente perdendo la memoria in occidente. Ci risponde che è sicuramente così, ma per questo lui gira il mondo e racconta la propria storia. Perché quando le persone ascoltano la sua storia, leggono il libro, vedono i fatti per quelli che sono. Allora, a volte, non sempre, ma a volte riaprono gli occhi. Capiscono. Perché spesso, ci dice, la cosa che più lo sconvolge è quanto la gente non sappia, quanto la gente creda di sapere quando invece è semplicemente indottrinata da una propaganda che è divenuta la “vera” notizia.

Sharabi ci dice che quando tiene delle conferenze, a volte fa una piccola provocazione. Dice alle persone dinanzi a cui parla di rivedere i video della sua liberazione. Se a Gaza ci fosse stata tutta quella totale carestia di cui tanto si parla, come mai quando l’hanno rilasciato sul palco con lui c’erano uomini di Hamas che pesavano almeno novanta chili? Nessuno risponde mai.

Sharabi ha vissuto per trentasei anni nel kibbutz di Be’eri, a pochissimi chilometri dalla Striscia. Gli chiediamo come fosse la “convivenza” con i gazawi, come fosse stata per tutti quegli anni. Ci dice che non vuole restituire un’immagine che possa essere necessariamente troppo positiva del suo punto di vista. Ma che la verità è che i kibbutzim, per quel che riguarda Be’eri, hanno vissuto in maniera massimamente pacifica la vicinanza con Gaza. Moltissimi di loro donavano cibo, vestiti, medicine, aiutavano con l’assistenza sanitaria. Ci dice, però, che tutto questo non conta nulla. La popolazione di Gaza ormai da decenni è stata interamente indottrinata. Di Israele non sanno altro che ciò che Hamas impone loro di sapere. E ormai ci credono, vogliono crederci. Si alimentano di quell’odio. La convivenza con loro, ci dice, speriamo sarà possibile in futuro, però è prima necessario un profondo processo di educazione, di normalizzazione dei giovani di Gaza. Un processo che li liberi della orrenda propaganda di Hamas dentro cui sono cresciuti. Non sarà una cosa da poco. Anche perché, aggiunge Sharabi, distinguere Hamas dalla popolazione della Striscia oggi non è facile. Il consenso di Hamas è alto perché è stato costruito con un regime totalitario di indottrinamento. Per farci capire questo ci racconta che la mattina del 7 ottobre quelli che hanno “aperto la via” al massacro erano certo i “soldati” di Hamas. Ma quelli che sono arrivati dopo a fare violenza, a fare razzia, erano “persone normali”, come quelle che volevano linciarlo appena arrivato a Gaza, come quelle che l’hanno tenuto prigioniero, come quelli che volevano linciarlo quando stava per essere rilasciato.

Ci dice, Eli Sharabi, che tutto questo l’occidente non vuole capirlo. Ma che lui continuerà a testimoniarlo.



(23 maggio 2026)


bottom of page