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Silenced No More: abbiamo vinto la sfida del silenzio, ora continueremo a parlare.

  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Quattrocento persone da tutto il mondo si sono collegate martedì 23 giugno al Webinar "Silenced No More – Sexual Terror Unveiled”. Un risultato di grandissima importanza per l’ADEI WIZO che aveva fermamente voluto questo incontro, per commentare il report della Civil Commission on October 7 Crimes by Hamas Against Women and Children: un documento pubblicato lo scorso 12 maggio che, con prove e testimonianze, contribuisce a fare luce su quanto accaduto a donne e bambini nel giorno dell’attacco di Hamas e durante la prigionia.

Soprattutto una presa di posizione netta contro il silenzio che ha avvolto i crimini sessuali compiuti dai terroristi, ma anche il monito a trarne una lezione per tutti, come ha spiegato la Presidente ADEI WIZO Susanna Sciaky nell’aprire i lavori: “Per noi come donne - e non solo come donne ebree -è intollerabile che vi sia qualcuno capace di negare la crudeltà e la finalità di quell’attacco che tra le sue tante efferatezze ha previsto di usare come armi lo stupro e il rapimento, finalizzate a continuare a perpetrare la violenza. La nostra Organizzazione non poteva restare indifferente, perché quando la violenza sessuale viene utilizzata come arma di guerra e di terrore, il silenzio non è mai neutrale. E’ in gioco la difesa della dignità delle donne che non può dipendere dalla nazionalità, dalla religione o dal contesto nel quale quella dignità viene violata”.

Un proposito che Daniela Dawan, chiamata a moderare il webinar, focalizza subito in un tema dell’incontro: per far sì che questi crimini vengano perseguiti ovunque, non si possono fare discriminazioni su chi siano le vittime. “Eppure, nonostante l’enorme mole di testimonianze, c’è chi ancora chi nega quanto accaduto il 7 ottobre e distoglie lo sguardo. – ribadisce – invece, ognuno degli interventi è un tassello della verità e della memoria collettiva”.

La prima tessera di questo mosaico la colloca Vardid Avidan, esperta di violenza sessuale e di genere, responsabile delle attività di policy e legislazione del World WIZO e membro del team di ricerca del progetto R.A.I.A. (Recognition, Accountability, Integrity, Awareness): “Già lo stesso 7 ottobre era chiarissimo che c’erano stati casi di violenza sessuale, il problema era portare le prove di fronte a chi avrebbe fatto di tutto per negarle. Ed era la cosa più importante, perché se questa giustizia viene rifiutata a Israele, allora può essere negata in qualsiasi parte del mondo”. Ma la maggiore difficoltà è proprio nel raccogliere gli elementi sullo scenario di una strage. “Siamo andati sul posto subito dopo l’attacco per parlare con chi si trovava lì fin dalle prime ore: ai medici, ai volontari di Zaka. A tutti abbiamo chiesto cosa ricordassero, ma erano persone che avevano concentrato i loro sforzi nel salvare vite e non sapevamo cosa osservare e a chi comunicare quello che avevano visto. Questo ci fa riflettere su come gli strumenti con cui analizziamo normalmente i crimini, non siano adatti a un attacco terroristico, bisogna farlo con occhi diversi. Chi ha fornito il primo soccorso il 7 ottobre non aveva possibilità di agire altrimenti, ma dobbiamo prepararli per il futuro, perché possano identificare i segni e conservare le prove. Magari notando particolari che ai singoli possono non dire nulla, ma che insieme creano un puzzle: come posizioni dei corpi inusuali, anche in luoghi differenti. Soprattutto dobbiamo renderci conto che non è un caso che riguarda solo Israele. Bisogna creare protocolli in tutto il mondo”.

Un compito su cui insiste anche Cochav Elkayam-Levy, esperta di diritto internazionale e diritti umani, e fondatrice e Presidente proprio della Civil Commission. Invia il suo intervento mentre sta volando a Ginevra, dove avrebbe partecipato a un importante appuntamento presso il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UN Human Rights Council), portando all'attenzione della comunità internazionale il lavoro della Commissione “Se esiste un inferno, doveva essere simile a quello che hanno provato le vittime del 7 ottobre, - dice - il nostro rapporto ha documentato violenze indicibili, ma ora la cosa più importante è riuscire a confrontarsi con questo dolore. Da una parte abbiamo incontrato il silenzio, l’indifferenza, la negazione attiva, dall’altra sono in pochi quelli che riuscivano a guardare la realtà di queste prove: le testimonianze sono troppo terribili per accettarle. Ma cosa ci rimane se non portiamo la testimonianza? Abbiamo questa responsabilità per il futuro perché Hamas ha creato un modello di brutalità destinato a perpetrarsi, e mentre noi guardiamo questi filmati e ne siamo sconvolti, per altri sono di ispirazione. Per questo è necessario coinvolgere i governi e provo un dolore immenso nel guardare le istituzioni create per proteggere le vittime che negano questa realtà. Accettare la manipolazione del terrorismo significa giustificarlo, noi invece ci siamo trovate a ripetere una verità che non doveva essere ripetuta, lo stupro non è mai accettabile. C’è però una lezione finale: è l’apprezzamento per il potere straordinario della solidarietà, tra donne e persone che hanno scelto l’empatia, colleghe che avevano già provato il nostro dolore e creato legami indissolubili.

La testimonianza più lacerante per rievocare quei giorni viene da Baruch Niddam, Deputy CEO e Director della Divisione Internazionale di ZAKA, la principale organizzazione israeliana di volontariato specializzata nella ricerca, nel soccorso e nell'identificazione delle vittime di attentati, incidenti e calamità. Il suo è un racconto che non risparmia drammatici esempi di ciò che ha affrontato, ma che si concentra anche sull’impatto emotivo che investe i soccorritori.  “Il 7 ottobre centinaia di volontari di Zaka sono accorsi sui luoghi della strage per essere d’aiuto mentre ancora volavano le pallottole. Ma neanche io, finchè non sono arrivato sul posto, ho capito la gravità di ciò che stava accadendo. L’identificazione delle salme è stata la cosa più complessa, sia dal punto di vista fisico che emotivo. Abbiamo visto famiglie intere uccise, ragazzini morti insieme ai genitori, corpi bruciati da cui non era possibile ricostruire nemmeno il DNA. Molte persone, anche professionisti con grande esperienza, non riuscivano a resistere a quelle scene”.  

La seconda parte del webinar, si sofferma sulla ricezione del 7 ottobre all’interno della società occidentale. E si parte proprio dalla psicologia con un’esperta del tema come Elisabetta Camussi - professoressa associata di Psicologia Sociale presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca – per mettere in evidenza quanto siano devastanti le ripercussioni su chi ha subito violenza.  “Nella violenza spesso il percorso del silenzio comincia da chi l’ha subita, e dalla paura dello stigma sociale. Forse bisogna cominciare a ragionare sulle parole: più che di vittime è fondamentale cominciare a parlare di queste donne come di sopravvissute. Serve a ricordare quanto in quei momenti siano state impotenti. Nel processo che serve a ridare alla donna la dignità e la possibilità di provare a chiedere giustizia, la dimensione della sopravvissuta ha dentro di sé già degli elementi di emancipazione e di presa di distanza”.  Ma gli studi della Camussi mettono in guardia anche da trascurare la profondità di quanto è successo.  “L’epigenetica, quella branca della biologia che ci dice come si attivano i nostri geni, dimostra che i traumi rimangono impressi dentro di noi e si trasmettono persino di generazione in generazione.”. 

Linda Laura Sabadini, già direttrice centrale dell'ISTAT, e tra le più autorevoli studiose italiane della condizione femminile, fa un’importante precisazione storica: “Lo stupro è stato usato come un sostituto del bottino di guerra e uno strumento di umiliazione collettiva, i corpi delle donne sono stati trasformati in campi di battaglia, persino da eserciti che ci hanno liberato dal Nazismo. Il sette ottobre, però, i terroristi sono andati oltre hanno simulato un Pogrom, con tutti gli elementi di questa orribile tradizione, riportando in vita una realtà più antica e più inquietante: colpire gli ebrei, non per ciò che fanno, ma per ciò che sono. E le donne sono state colpite due volte in quanto donne e in quanto ebree. In questo quadro i silenzi hanno pesato troppo. Quando la violenza sessuale si rimuove dal dibattito si produce una nuova forma di violenza e nessun quadro politico può giustificare i femminicidi di massa. Dovrebbe essere dovere di tutte le donne del mondo stare al fianco delle donne stuprate. E c’è una parola per questa solidarietà: sorellanza”. 

Proprio la negazione di parte dell’universo femminista è stata al centro dell’intervento di Anna Paola Concia, già parlamentare della Repubblica, impegnata nella tutela dei diritti civili. “Per me è molto difficile chiamare stupri di guerra quello che è successo il 7 ottobre. E’ stato piuttosto un modello di brutalità. Io mi definisco femminista e per questo la libertà delle donne deve essere un valore universale a prescindere da qualsiasi etnia, o ceto sociale appartengano, ma esiste un femminismo che fa distinzioni, che usa la negazione e la rimozione in modo politico. Una negazione che arriva fino all’ONU che sull’argomento ha prodotto una relazione capace di fomentare il dubbio. Un femminismo coccolato dai media occidentali che dice “sorella, io ti credo” sulla violenza, a patto che tu non sia ebrea.  Noi non dobbiamo avere paura di dire che questo non è vero femminismo, non dobbiamo avere paura di dire sorella, io ti credo”.

Parole che hanno lasciato il segno e si trasformano in un impegno raccolto dalla presidente Sciaky, fare in modo che questo evento, così partecipato, sia vissuto come una vera call to action, una chiamata nel nome della verità di cui ciascuno può farsi portavoce. L’ADEI WIZO si impegnerà per proseguire l’azione e i preziosi spunti di lavoro che sono scaturiti dagli interventi nati in questa occasione.


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